La resistenza di Cefalonia :: Grecia

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La resistenza di Cefalonia

Cefalonia

La seduta del Gran Consiglio del Fascismo, iniziata alle 17.00 del 24 luglio 1943 e terminata alle 3 della mattina successiva, che aveva determinato la crisi del regime fascista e il successivo arresto di Mussolini, aveva portato conseguenze ancora più gravi sul piano militare nei rapporti con la Germania.
Fin dal 1941 l’Oberkommando della Wermacht aveva studiato un piano di occupazione parziale dell’Italia che portava il nome di Valchiria, aggiornato successivamente con il piano Schwarz, dopo il 25 luglio del ’43 fu attuato con il nome di Asse. Nei primi giorni di agosto vasti movimenti di truppe germaniche interessarono l’Italia, con l’ingresso di numerose unità ufficialmente dirette a combattere in Sicilia, in effetti esse si scaglionarono lungo tutta la penisola, stazionando nei pressi dei luoghi strategicamente più importanti. Nelle altre zone d’Europa, dove si trovavano reparti italiani, le truppe germaniche ebbero direttive atte a neutralizzare l’alleato nel momento della possibile defezione dalla guerra comune.
Bisogna tenere presente che la politica mussoliniana aveva polverizzato le forze armate italiane, distribuendole in Francia e nell’intera penisola balcanica fino all’isola di Creta. Mussolini, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe inviato divisioni anche nel Pacifico a combattere al fianco dei Giapponesi. Già la trasformazione delle divisioni da base ternaria a binaria, aveva moltiplicato le unità ma ne aveva diminuito l’efficienza.
Ora, nel settembre 1943, esse si trovavano frammiste alle unità tedesche che notoriamente erano molto più robuste e armate di quelle italiane. Il comando supremo e lo stato maggiore dell’esercito italiano, in un promemoria del 6 settembre 1943, avevano prescritto di provvedere ai rifornimenti delle grandi unità, di liberare gli eventuali prigionieri inglesi ed americani e di tenersi pronti ad interrompere i collegamenti con le truppe tedesche, di impadronirsi delle artiglierie contraeree germaniche e di rispondere agli attacchi aerei tedeschi. Nei Balcani furono queste le disposizioni con in più l’invito ad assicurarsi il possesso dei porti di Cattaro e Durazzo, all’11ma armata in Grecia fu dato mandato di assicurare i tedeschi che non sarebbero stati attaccati se non provocati, alle forze che presidiavano le isole dell’Egeo il compito di essere vigili e di assumere contegno offensivo e prevenire i tedeschi alla minima avvisaglia di un loro attacco.
Queste le disposizioni verbali, che sarebbero dovute pervenire ai comandi interessati. Nessuno degli ufficiali di collegamento latori delle presenti disposizioni giunse in tempo a farlo, l’armistizio fu annunciato dagli alleati verso le 18 dell’8 settembre 1943. Il successivo comunicato di Badoglio, prescriveva la cessazione di ogni ostilità contro le forze anglo-americane e la reazione “ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Questa è una frase di una sconcertante ambiguità non tanto per il sottinteso chiaro a tutti, quanto la non dichiarata autorizzazione agli attacchi nei confronti delle truppe germaniche... era come dire aspettate che arrivi prima lo schiaffo.
In questo empasse si trovarono le forze armate italiane e numerosi furono i fatti d’arme che scaturirono da questa situazione.
A Tarvisio i difensori della caserma Italia, dopo essere stati decimati dall’artiglieria e rimasti senza munizioni, si difesero all’arma bianca e furono sopraffatti da soverchianti forze nemiche. Le divisioni Murge e Macerata ripiegarono in direzione di Fiume e Pola, ma dopo qualche giorno dovettero cedere le armi, pressate come erano dai tedeschi e dagli ustascia del poglavnick Ante Pavelic. Più a sud violenti combattimenti furono sostenuti a Spalato dalla divisione Bergamo che si arrese solo il 27 settembre, con un prosieguo ancora più tragico l’1 ottobre, con la fucilazione dei generali Cigala Fulgosi, Pelligra, Policardi, 5 colonnelli e 41 ufficiali, condannati a morte da una corte marziale tedesca. Il generale Cigala Fulgosi, al momento della fucilazione si strappò dal petto la decorazione tedesca della croce di ferro. In Montenegro parte delle divisioni Venezia e Taurinense riuscirono a contrastare i tedeschi, procurando loro non pochi danni, si allearono poi con i partigiani titini del comandante Peko Daprevic e formarono la cosiddetta divisione Garibaldi, articolata in nove brigate. Anche in Albania le truppe erano frammiste, l’armistizio provocò immediatamente la defezione dei reparti albanesi che passarono armi e bagagli con i tedeschi, dai porti meridionali riuscì a partire qualche nave carica di ammalati, il comandante della divisione Perugia, generale Chiminello, fu ucciso dopo la resa con un colpo di pistola e la sua testa infissa su una picca portata in giro dagli albanesi, 140 dei suoi ufficiali furono fucilati “per aver fatto fuoco contro battelli tedeschi e resistito alla cattura”.
Il generale Vecchiarelli, comandante dell’11ma armata fu l’unico a ricevere la sera del 7 settembre il promemoria con le direttive dello stato maggiore ma, come gli altri, fu preso in contropiede dall’annuncio dell’armistizio. Alla promessa tedesca di far rimpatriare i soldati, il generale ordinò di non fare causa comune con i partigiani greci e con le eventuali forze inglesi che fossero sbarcate, provocando il risentimento dei comandi inglesi in Egitto.
Alle dipendenze di Vecchiarelli era la divisione Acqui dislocata sull’isola di Cefalonia e a Corfù. Fra il 5 e il 10 agosto 1943, in osservanza alle direttive dell’alto comando tedesco, erano sbarcati a Cefalonia 2.000 uomini bene armati al comando del tenente colonnello di fanteria Hans Barge, appoggiati da un gruppo di 8 semoventi da 75 e un gruppo da 105.
Anche qui le sensazioni provocate dall’armistizio mantengono le solite variabili, la truppa pensava che la guerra fosse finita, curiosamente anche i tedeschi presero parte alle manifestazioni spontanee di giubilo pensando che riguardasse anche la Germania. I militari di grado più elevato compresero che la cosa non era così semplice e ne ebbero conferma dalla stazione radio di Patrasso con pochissime parole “...siamo sopraffatti dai tedeschi...” poi più nulla. Alle ore 21 dell’8 settembre 1943, giunge al comando di Cefalonia un radiogramma dal comando dell’XIma armata con sede ad Atene. Ecco il testo: “Seguito conclusione armistizio truppe italiane XIma armata seguiranno questa linea di condotta. Se tedeschi non fanno atto di violenza truppe italiane non rivolgeranno armi contro di loro. Truppe italiane non faranno causa comune con ribelli né con truppe anglo-americane che sbarcassero. Reagiranno con la forza a ogni violenza armata. Ognuno rimanga suo posto con compiti attuali. Sia mantenuta con ogni mezzo disciplina esemplare. Comando tedesco informato quanto precede. Siano immediatamente impartiti ordini cui sopra a reparti dipendenti. Assicurare. Firmato generale Vecchiarelli”.
E’ un tipo di ordine molto discutibile, nel caso in questione, il reparto tedesco del colonnello Barge, anche se ben armato, se attaccato non avrebbe potuto resistere molto ad un’offensiva condotta dai fanti della Acqui, ma poi? Come si sarebbe potuto condurre un rimpatrio? Nel dispaccio era fatto espresso divieto di collaborazione con gli anglo-americani, se ne deduceva dunque che era da ricercarsi un accordo con i tedeschi, il che comportava la resa. Alle 21 del giorno 9 giunge un secondo radiogramma dal comando dell’armata: “... in seguito ad accordi intervenuti tra il comando dell’XIma armata e il comando superiore tedesco, le divisioni dell’armata dovranno cedere ai germanici le artiglierie e le armi pesanti della fanteria”. E ciò perché i tedeschi si erano impegnati a riportare in patria, entro breve tempo, tutti i militari italiani secondo modalità che verranno quanto prima indicate. Resa e senza onore in cambio di parole, il buonsenso del soldato aveva compreso, però, che l’unica soluzione era quella di sbarazzarsi degli ex camerati.
Il comandante della divisione, generale Antonio Gandin, era di fronte ad un dilemma, il messaggio dell’armata era in contrasto con quello del governo italiano. Il governo diceva di cessare le ostilità contro gli alleati e di rispondere con le armi agli altri attacchi, il comando di armata chiedeva la consegna delle armi ai tedeschi, e la pretesa consegna delle armi si configurava come un’aggressione, era inconcepibile l’onore militare con il disarmo.
Il giorno 10 il colonnello tedesco Barge si presenta a Gandin e, in ottemperanza ai suoi ordini, chiede la consegna delle armi, Gandin risponde di non aver disposizioni in merito, in tal modo guadagna tempo.
La truppa è disponibile al combattimento, i pochi partigiani presenti sull’isola si fanno avanti e chiedono armi e munizioni, anche ufficiali greci della riserva chiedono armi e munizioni. La trattativa con i tedeschi continua, Gandin si attiene agli ordini del governo, chiede consiglio ai suoi ufficiali e cappellani.
Il giorno 11 c’è gran rapporto con tutti gli ufficiali superiori. Il generale Gandin semplifica la questione in soli tre punti: 1 combattere i tedeschi; 2 passare con le armi dalla parte dei tedeschi; 3 cedere le armi. Il punto 2 è in contrasto con il giuramento fatto al re, il punto 3 è disonorevole, resta solo il punto 1. A favore di questa soluzione sono solo il comandante della Regia Marina Mastrangelo e il colonnello d’artiglieria Romagnoli, tutti gli altri erano più propensi alla consegna delle armi, anche i cappellani militari si pronunciano per la consegna delle armi. Il giorno 12 i tedeschi prendono l’iniziativa, si impadroniscono dei cannoni della batteria di Lixuri, nel contempo si sparge la voce di un presunto tradimento di Gandin, un folto gruppo di ufficiali si presenta al comando chiedendo spiegazioni sul fatto di Lixuri, ma non c’è stato tradimento, il generale dichiara di cercare ancora una soluzione onorevole.
A risolvere il dilemma “italico” ci pensano i tedeschi, pragmatici come al solito.
Alle 6 di mattina del 13 settembre due grosse motozattere tedesche cariche di uomini e mezzi si presentano nella baia di Argostoli, sono gli aiuti richiesti da Barge. Le batterie italiane aprono il fuoco, una delle motozattere affonda, l’altra, con morti e feriti a bordo, si arrende. Anche i semoventi tedeschi aprono il fuoco contro le batterie italiane, il nodo finalmente si è sciolto, l’iniziativa è alle armi.
I tedeschi riescono a sbarcare ancora uomini, tre battaglioni di Alpenjager, da Brindisi giunge un ordine firmato dal generale Francesco Rossi con l’ordine di resistere.
Alle ore 15 il primo attacco aereo tedesco con gli Stukas e comincia la strage. La conformazione dell’isola non permette un fronte continuo, bensì solo una serie di presidi isolati, la difesa, questo era il dilemma, non poteva farsi appoggiandosi gli uni agli altri ma ciascuno per conto proprio facendo il gioco dei tedeschi.
Le truppe tedesche erano ormai composte da 5 battaglioni di truppe scelte contro i 6 italiani, 3 dei quali erano formati da reclute senza battesimo del fuoco, gli italiani erano superiori in artiglierie, ma tale vantaggio era annullato dalla presenza costante degli aerei germanici che sorpresero in pieno trasferimento alcuni reparti italiani il giorno 15, l’artiglieria bloccò i semoventi di Barge e poté fare poco altro.
Subito dopo questo bombardamento, il maggiore Hirchfeld con due colonne avanzò rapidamente sopraffacendo i nuclei isolati di italiani, fra questi quelli asserragliati su un costone del monte Dafni, il tenente Karl Ritter fece scendere i superstiti nel sottostante canalone e li massacrò falciandoli con il mitra. L’avanzata di questo ufficiale continua, subito dopo tocca al presidio di Kuruklata, un violento attacco, la resa e la fucilazione di 19 ufficiali e un imprecisato numero di soldati, infine giunge a Farsa, una località sulla costa, cattura il presidio lo riunisce in piazza e lo fa abbattere in gruppo.
Ad Argostoli le cose vanno un po’ meglio per gli italiani, i semoventi sono stati bloccati, i cannoni delle batterie saranno anche vecchi ma fanno sempre il loro dovere, il giorno 17 il 317° di fanteria tenta l’avanzata verso Farsa, l’attacco non riesce, ci riprova il 18, ancora niente, i giorni 19 e 20 c’è una sosta nei combattimenti, che prelude alla conclusione del tutto.
Il giorno 20 da Cefalonia parte un motoscafo della CRI che riesce a raggiungere Brindisi, è prospettata la situazione della divisione, ma il governo italiano non è in grado di far nulla, vengono interessati gli alleati che bombardano l’aeroporto da cui decollano gli aerei tedeschi, è il massimo che si può fare.
E siamo al 22 settembre, la frammentaria resistenza cessa di esistere, i collegamenti non esistono più, i tedeschi con i successivi sbarchi si sono rafforzati enormemente, manca tutto come al solito, è la resa, fino a questo momento sono morti 75 ufficiali e circa 2.000 uomini, cifre approssimative, gli assassini della Wermacht non sono ragionieri: eliminano e basta.
Subito dopo la resa c’è un massacro indiscriminato, in poche ore sono uccisi 155 ufficiali e 4.700 soldati, sono tutti in divisa ma per la maggior parte sbandati e l’isola è piena di forre e canaloni, questi esseri umani sono presi alla spicciolata e subito passati per le armi.
Fra il 24 e il 28 settembre sono fucilati il generale Gandin e 193 ufficiali, insieme a loro 17 marinai. Dalla vicina isola di Itaca, di notte si vedono i fuochi di Cefalonia, ma nessuno sa che sono le salme dei soldati italiani che bruciano.
I superstiti possono dirsi fortunati, ma non completamente. In parte sono imbarcati su navi per essere trasferiti sulla costa e deportati in Germania, due navi salpate dal porto di Argostoli non conoscono la rotta di sicurezza nella baia minata dalla nostra marina e incappano in uno specchio d’acqua minato e vanno a fondo, un numero oscillante fra 1.500 e 2.000 uomini chiusi nelle stive finiscono in fondo al mare.
Fate un po’ voi il conto, all’inizio della storia la divizione Acqui era composta da 11.500 uomini...
Dal comando di Gandin dipendeva anche la guarnigione di Corfù, al comando del colonnello Lusignan. Anche qui trattative e contemporaneamente tentativi di sbarco, il colonnello reagisce prontamente, cattura il reparto tedesco presente sull’isola e respinge a cannonate un primo tentativo di sbarco. Il giorno 15 giungono a Corfù due cacciatorpedinieri italiani, Stocco e Sirtori, non serve a niente, gli stukas affondano il primo e danneggiano il secondo, il 24 i tedeschi sbarcano in forze, il 25 è piena battaglia con l’attacco ai passi di Stavros, Coriza, e Garuna. L’appoggio aereo scompagina le difese e il colonnello Lusignani dà l’ordine di resa. Lusignani e il suo aiutante maggiore Ferrara sono fucilati, gli altri ufficiali uccisi con un colpo alla nuca o gettati in mare chiusi in un sacco.
Dall’altra parte della Grecia si consuma una tragedia simile, con un minor numero di protagonisti e qualche speranza di successo. L’Italia era in possesso delle isole greche del Dodecaneso con capitale Rodi, le isole erano state conquistate alla Turchia durante la guerra di Libia nel 1912. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, anche qui si era verificata la situazione che abbiamo visto in precedenza. I tedeschi erano sulle isole maggiori e a Rodi stazionavano nella parte centrale dell’isola con una divisione motorizzata, la Rodhos, il cui comandante Kleemann occupò subito i punti strategici dicendo che dovendo provvedere da solo alla difesa dell’isola era obbligato a far assumere ai suoi uomini lo schieramento più adatto. La lotta si sviluppa immediatamente, ma l’intervento aereo tedesco è come al solito risolutivo, anche se nel settore settentrionale la resistenza dura fino al giorno 15. Alla resa finale, l’ammiraglio Campioni è arrestato e trasferito in Germania.
Ben diversa è la situazione nell’isola di Lero che negli anni era divenuta un’attrezzata base marittima nella baia di Portolago, tutta l’isola era protetta da batterie antinave e antiaeree.
Il 14 settembre 1943 sbarcarono per dare manforte al presidio italiano circa 2.000 inglesi agli ordini del generale Tilney, complessivamente la forza combattente di difesa sull’isola non superò mai i 4.000 uomini compresi gli italiani. I tedeschi, che non avevano truppe sull’isola, si assicurarono prima l’occupazione di tutte le altre e solo il 26 settembre cominciarono l’attacco diretto.
Gli stukas demolirono sistematicamente tutto ciò che era possibile sia militare sia civile, le navi furono i primi obiettivi e ne fecero le spese due caccia inglesi, fino alla fine di ottobre gli attacchi aerei distrussero tutto, non c’era possibilità di ricevere rifornimenti, anche le truppe inglesi erano nella stessa condizione. Il comandante italiano, capitano di vascello Luigi Mascherpa, che aveva assunto il grado di contrammiraglio come comandante italiano di tutto l’Egeo, sovrintendeva come poteva con la collaborazione del comandante inglese. Il 12 novembre lo sbarco tedesco avviene in modo drammatico, le batterie antinave fanno strage della flotta raccogliticcia che porta i nazisti, pochi natanti giungono a sbarcare gli uomini in piccole baie defilate, solo nella notte, con la protezione del buio, riescono a rafforzare le teste di ponte costituite, la reazione inglese piuttosto tiepida quando le zone di sbarco sono ancora piccole, compromette le possibilità di difesa. La situazione si complica con un lancio di paracadutisti il giorno 14, le batterie vengono conquistate ad una ad una dopo una difesa strenua dei marinai e dei soldati. Il giorno 16 il generale inglese si arrende e poche ore dopo anche gli italiani cedono le armi.
I due ammiragli di questa zona di guerra, Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, catturati dai tedeschi, saranno consegnati alla Repubblica di Salò che li farà processare e fucilare a Parma, alla loro memoria sarà concessa la medaglia d’oro.
Sono questi solo alcuni degli innumerevoli episodi accaduti in quei giorni lontani, episodi avvenuti in patria e lontano da essa, fatti costati dolore e sangue, fatti che legittimarono la rinascita dell’Italia. La reazione di ufficiali e soldati incarnò i sentimenti del popolo italiano, anche di quelli che nei successivi 18 mesi non presero la via della montagna.
Qualcuno ha detto che la patria morì l’8 settembre 1943, mi permetto di non essere d’accordo con lui. La patria degli Italiani riprese vigore proprio quel giorno, ridando nuova dignità alle forze armate che avevano fatto il loro dovere fino a quel momento. Se qualcuno dice che la resistenza è solo opera del popolo, questo qualcuno dimentica che il popolo è la base delle forze armate e che la reazione avuta da una parte di esse servì a ricompattare ancora di più il sentimento di amor patrio malgrado l’insipienza del governo, degli alti comandi, della casa reale.



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