|
Omero - traduzione di Vincenzo Monti
Finiti i ludi, s'avviâr le sciolte turbe alle navi per diverse vie, e preso il cibo, a placido riposo s'abbandonâr. Ma memore il Pelìde dell'amato compagno, in nuovo pianto scioglieasi, né serrar poteagli il sonno, di tutte cure domator, le ciglia. Di qua, di là si rivolgea membrando il valor di Patròclo, e la grand'alma, e le comuni imprese, e i tollerati guerrieri affanni insieme, e i perigliosi trascorsi flutti. E in queste ricordanze dirottamente lagrimava, ed ora giacea su i fianchi, or prono, ora supino; poi di repente in piè balzato errava mesto sul lido. E quando i campi e l'onde illumina l'Aurora, egli di nuovo, aggiogati i corsier, di retro al cocchio Ettore avvince, e trattolo tre volte di Pàtroclo dintorno al monumento, a riposar si torna entro la tenda, boccon lasciando nella polve steso l'esangue corpo. Ma del morto eroe impietosito Apollo ogni bruttura ne tien rimossa, e tutto coll'aurata egida il copre, perché nulla offesa lo strascinato corpo ne riceva. Visto del divo Ettòr lo strazio indegno, pietà ne venne ai fortunati Eterni, e il vegliante Argicida ad involarlo incitando venìan. Questo di tutti era il vivo desìo, ma non di Giuno, né di Nettunno, né dell'aspra vergine dall'azzurre pupille. Alto riposta nella mente sedea di queste Dive di Paride l'ingiuria, e la sprezzata lor beltade quel dì che a lui venute nel suo tugurio, ei preferì lor quella che di funesto amor contento il fece. Quindi l'odio immortal delle superbe contro le sacre ilìache mura, e Prìamo e tutta insieme la dardania gente. Ma il duodecimo sole apparso al mondo, Febo agli Eterni così prese a dire: Numi crudeli, che vi fece Ettorre? Forse che su gli altari a voi non arse e di mugghianti e di lanosi armenti vittime elette ei sempre? Ed or che fiera morte lo spense, che furor s'è questo di non renderne il corpo alla consorte, alla madre, al figliuolo, al genitore, al popol tutto, acciò che tosto ei s'abbia
l'onor del rogo e della tomba? E tante onte a qual fine? Per servir d'Achille alle furie; d'Achille, a cui nel seno né amor del giusto né pietà s'alberga, ma cuor selvaggio di lïon che spinto dall'ardir, dalla forza e dalla fame il gregge assalta a procacciarsi il cibo. Tale il Pelìde gittò via dal petto ogni senso pietoso, e quel pudore che l'uom castiga co' rimorsi e il giova. Perde taluno ancor più cari oggetti, il fratello od il figlio. E nondimeno, finito il pianto, al suo dolor dà tregua; ché nell'uom pose il Fato alma soffrente. Ma non sazio costui della già spenta vita d'Ettorre, al carro il lega, e morto pur dintorno alla tomba lo strascina dell'amico. Non è questo per lui né utile né bello: e badi il crudo che, quantunque sì prode, egli le nostre ire non desti infurïando e tanta onta facendo a un'insensibil terra. Tacque: e irata Giunon così rispose: Se d'Ettore e d'Achille a una bilancia l'onor dee porsi, e così piace ai numi, s'adémpia, o re dell'arco, il tuo discorso. Ma di padre mortale Ettore è figlio, e mortal poppa l'allattò. Divino germe è il Pelìde, ed io nudrìa la Diva sua madre, io stessa l'educava, e sposa la concessi a Pelèo diletto ai numi. Voi tutti a quelle nozze, o Dei, scendeste, e tu medesmo, o disleal compagno de' malvagi, toccasti allor la cetra, e misto agli altri banchettasti allegro. Contro gli Dei non adirarti, o Giuno, l'interruppe il Tonante. Eguale onore dar non vuolsi, no certo, ai due guerrieri; ma carissimo ai numi era pur anco tra i Teucri tutti Ettorre, e a Giove in prima. Ostie elette mai sempre gli m'offerse, né l'are mie per esso ebber difetto mai di convivii, né di pingui odori, né di tazze libate, onor che solo ai Celesti è sortito. Ma si ponga ogni pensiero d'involar l'offeso cadavere; e sottrarlo ora di furto al fiero Achille non si può, ché Teti notte e dì gli è dintorno e tutto osserva. Pur se alcuno di voi Teti a me chiami, io tale un motto le farò discreto, che tutti accetterà di Prìamo i doni
placato Achille, e renderagli il figlio. Disse, ed Iri col piè che le tempeste nel corso adegua, si spiccò. Fra Samo e l'aspra Imbro calò sovra le brune onde del mare, e il mar sotto le piante della Diva muggìa. Quindi s'immerse come ghianda di piombo che a bovino corno fidata a disertar giù scende i crudivori pesci; e in cavo speco Teti trovò che dalle sue sorelle circondata piagnea la già vicina morte del figlio che ne' frigii campi perir lungi dovea dal patrio lido. Le parve innanzi all'improvviso, e disse: Sorgi, o Teti: il gran padre a sé ti chiama. E che vuole da me l'Onnipotente? Teti rispose. Afflitta, come sono, di mischiarmi arrossisco agl'Immortali. Pur vadasi e s'adémpia il suo volere. Ciò detto, si coprì l'augusta Diva d'un atro vel di che null'altro il nero color lugùbre eguaglia, e in via si mise. Iva innanzi la presta Iri, e sonora intorno a lor s'apria l' onda marina. Sul lido emerse al ciel volaro: e Giove trovâr seduto tra gli accolti Eterni. Qui Teti accanto al sommo Iddio s'assise (cesso a lei da Minerva il proprio seggio): un aureo nappo in man Giuno le pose con dolci accenti di conforto; ed ella vôtollo, e il rese grazïosa. Allora il gran padre dicea queste parole: Teti, malgrado il tuo dolor (ch'io tutto ben conosco e so quanto il cor t'aggrava), tu salisti all'Olimpo, ed io dirotti la cagion del chiamarti. È questo il nono giorno che in cielo si destò tra i numi pel morto Ettòr gran lite e per Achille. Voleano i più che l'Argicida il corpo n'involasse di furto. Io non v'assento e per l'onor d'Achille, e pel rispetto e per l'amor ch'io t'aggio e aver ti voglio eternamente. Frettolosa adunque scendi, o Diva, sul campo, e al figlio porta i miei precetti. Digli che adirati son con esso gli Dei, ch'io stesso il sono sovra tutti, da che sì furibondo agli strazii ei rattien l'ettòrea salma, e per riscatto non la rende ancora. Ma renderalla, se il mio cenno ei teme. A Prìamo intanto io spedirò di Giuno la messaggiera, ond'egli immantinente
ito alle navi degli Achei, co' doni plachi il Pelìde, e il figlio suo redima. Obbedïente a quel parlar la Diva mosse i candidi piedi, e dall'Olimpo scese d'un salto al padiglion d'Achille. Il trovò sospiroso; affaccendati a lui dintorno i suoi diletti amici apprestavan la mensa, ucciso un grande e lanoso arïète. Entrò, s'assise dolce al suo fianco la divina madre, accarezzollo colla destra, e disse: E fino a quando, o figlio, in pianti e lutti ti struggerai, immemore del cibo, e deserto nel letto? Eppur di cara donna l'amplesso il cor consola: il tempo, ch'a me vivrai, gli è breve, e vïolenta già t'incalza la Parca. Or via, m'ascolta, ch'io di Giove a te vengo ambasciatrice. I numi, ed esso primamente, sono teco irati, perché nel tuo furore ostinato ritieni appo le navi d'Ettore il corpo, e al genitor nol rendi. Rendilo, e il prezzo del riscatto accetta. E ben, rispose sospirando Achille, venga chi lo redima e via sel porti, se tal di Giove è l'assoluto impero. Mentre in questo parlar stassi col figlio la genitrice Dea dentro la tenda, Giove alla sacra Troia Iri spedìa. Su, t'affretta, veloce Iri, e dal cielo vola in Ilio, ed a Prïamo comanda che alle navi si tragga e seco apporti a riscatto del figlio eletti doni, onde si plachi del Pelìde il core. Ma solo ei vada, né verun lo scorti de' Teucri, eccetto un attempato araldo che d'un plaustro mular segga al governo, su cui la salma dal Pelìde uccisa alla cittade trasportar. Né tema di morte il cor gli turbi o d'altro danno. Gli darem l'Argicida a condottiero, che fin d'Achille al padiglion lo guidi. L'eroe vedrallo al suo cospetto, e lungi dal porlo a morte, terrà gli altri a freno, ch'ei non è stolto né villan né iniquo, e benigno farassi a chi lo prega. Ratta, come del turbine le penne, partì la Diva messaggiera, e a Prìamo giunta, il trovò tra pianti e grida. I figli dintorno al padre doloroso accolti inondavan di lagrime le vesti. Stavasi in mezzo il venerando veglio
tutto chiuso nel manto, ed insozzato il capo e il collo dell'immonda polve di che bruttato di sua mano ei s'era sul terren voltolandosi. La turba delle misere figlie e delle nuore empiea la reggia d'ululati, e quale ricordava il fratel, quale il marito, ché valorosi e molti eran caduti sotto le lance degli Achei. Comparve improvvisa davanti al re canuto la ministra di Giove, e a lui che tutto al vederla tremò, dicea sommesso: Prìamo, fa core, né timor ti prenda. Nunzia di mali non vengh'io, ma tutta del tuo meglio bramosa. A te mi manda l'Olimpio Giove che lontano ancora su te veglia pietoso. Ei ti comanda di redimere il figlio, e recar molti doni ad Achille per placarlo. A lui vanne adunque, ma solo, e che nessuno t'accompagni de' Troi, salvo un araldo d'età provetta, reggitor del plaustro che il corpo trasportar del figlio ucciso ti dee qua dentro: né temer di morte o d'altra offesa. Condottiero avrai l'Argicida che te fino al cospetto d'Achille scorterà. Lungi l'eroe dal trucidarti, terrà gli altri a freno. Ei non è stolto né villan né iniquo, e benigno farassi a chi lo prega. Disse, e sparve. Riscosso il re dolente, senza punto indugiarsi, ai figli impone d'apprestargli il mular plaustro veloce, e di legar su quello una grand'arca. Indi salito ad un'eccelsa stanza odorosa di cedro, ov'egli in serbo tenea di molti preziosi arredi, chiamò dentro la moglie Ecuba, e disse: Infelice, m'ascolta: la celeste messaggiera recommi or or di Giove un comando. Egli vuol che degli Achei m'incammini alle navi, ed al Pelìde il prezzo io porti del diletto figlio. Che ne senti? A quel campo, a quelle tende certo mi spinge fortemente il core. Ululò la consorte, e gli rispose: Misera! ahi dove ti fuggìa quel senno che alle tue genti e alle straniere un giorno glorïoso ti fea? Solo alle navi inimiche avvïarti? esporti solo alla presenza di colui che tanti figli t'uccise? oh cuor di ferro! e quale,
s'ei ti scopre, se cadi in suo potere, qual mai pietade o riverenza speri da quell'alma crudele e senza fede? Deh piangiamlo qui soli. Era destino dalle Parche filato all'infelice, quand'io meschina il partorii; che lungi dai genitori satollar dovesse d'un barbaro i mastini. Oh potess'io stretto tenerne fra le mani il core, e strazïarlo, divorarlo! Allora del mio figlio sarìa sconta l'offesa, ch'ei da codardo non morì, ma in campo per la patria pugnando, e fermo il piede, senza smarrirsi o declinar la fronte. Cessa, il vecchio riprese: il mio partire è risoluto; non mi far ritegno, non volermi tu stessa esser funesta auguratrice: il distornarmi è vano. Se mi desse un mortal questo comando, o aruspice o indovino o sacerdote, lo terremmo menzogna, e spregeremmo: ma vidi io stesso, io stesso udii la Diva. Dunque si vada, ed obbediam. Se il Fato vuol che fra' Greci io pera, io pure il voglio. Morrò trafitto, ma stringendo il figlio, e tutto il dolce esaurirò del pianto. Aprì ciò detto, i bei forzieri, e fuora dodici ne cavò splendidi pepli, ed altrettante clamidi e tappeti e tuniche ed ammanti, e dieci insieme aurei talenti, due forbiti tripodi, quattro lebèti, e finalmente un nappo bellissimo, dai Traci avuto in dono quando andovvi orator; raro presente: e nondimen di questo pure il veglio si fe' privo: cotanto al cor gli preme il riscatto del figlio. Uscito ei quindi, tutto discaccia de' Troiani il vulgo ai portici raccolto, e acerbo grida: Via, perversi, di qua: forse vi manca domestico dolor, ché qui venite ad aggravarmi il mio? forse n'è poco l'alto affanno in che Giove mi sommerse il più forte togliendomi de' figli? Ma voi medesmi vel saprete in breve, voi che senza difesa, or ch'egli è morto, sotto le spade degli Achei cadrete. Ma deh! pria che veder Troia distrutta, deh ch'io discenda alla magion di Pluto. Così grida il tapino, e con lo scettro fuor ne mette la turba che sommessa si dileguava. Irrequïeto poscia
i suoi figli bravando li rampogna, Eleno e Pari e Antifono e Pammone e l'illustre Agatone e il prode in guerra buon Polite e Dëìfobo ed Agàvo, di divina sembianza giovinetto, ed Ippotòo. Si volge a questi nove con acerbi rabbuffi il doloroso, e, Studiatevi, grida: a che vi state, nequitosi infingardi? oh foste tutti spenti in vece d'Ettorre! Oh me infelice! Re dell'eccelsa Troia io generai fortissimi figliuoli, e nullo in vita ne rimase. Caduto è il dëiforme mio Mèstore; caduto è il bellicoso Tròilo di cocchi agitatore; ed ora Ettore cadde, quell'Ettòr che un Dio fra' mortali parea; no, d'un mortale figlio ei non parve, ma d'un Dio. La guerra mi tolse i buoni, e mi lasciò cotesti vituperii; sì voi, prodi soltanto alle danze, agl'inganni, alle rapine. Su, che si tarda? Apparecchiate il carro, ponetevi que' doni, e vi spedite, onde senza più starmi io m'incammini. Rispettosi al garrir del genitore corser quelli e dier fuora incontanente l'agile plaustro tutto nuovo e bello, e una grand'arca vi legâr di sopra. Indi un giogo mulin di bosso, ornato d'un umbilico con anel ben messo, dal pïuòlo spiccâr: poscia di nove cubiti tratta la giogal gombìna, al capo accomodâr del liscio temo acconciamente il giogo, e sovrapposto alla caviglia del timon l'anello, con triplicato giro all'umbilico l'avvinghiâr quinci e quindi, e fatto un nodo, della gombìna ripiegâr la punta nella parte di sotto. Ciò finito, giù recâr dalla stanza i destinati doni al riscatto dell'ettòrea testa, immensi doni; e sul pulito plaustro gl'imposero, e del plaustro al giogo addussero senza ritardo due gagliarde mule, de' Misii illustre dono al re troiano. Quindi allestiti presentaro al padre del regale suo cocchio i corridori, cui Prìamo stesso governar solea ne' nitidi presepi: ed or gli accoppia ei medesmo alla biga il mesto veglio sotto i portici eccelsi, esso e il suo fido araldo, entrambi pensierosi e muti.
Féssi allor la dolente Ecuba incontro al re marito, nella man tenendo di soave licore un aureo nappo, onde ai numi libasse anzi il partire. Stette avanti ai corsieri, e, Tien, gli disse, liba a Giove, e lo prega che ti voglia dai nemici tornar salvo al tuo tetto, poiché, malgrado il mio dissenso, hai ferma la tua partenza. Or tu la supplicante voce innalza all'idèo Giove nemboso, che d'alto guarda la cittade, e chiedi che messaggier ti mandi alla diritta quel fortissimo suo veloce augello sovra tutti a lui caro, onde tal vista il tuo vïaggio affidi al campo acheo. Se il Dio ricusa d'invïarti questo suo propizio messaggio, io ti scongiuro di non rischiar tuoi passi a quelle navi, e di dar bando al fier desìo che porti. Facciasi, o donna, il tuo voler, rispose il nobile vegliardo: ai numi è buono alzar le palme ed implorar mercede. Disse; e all'ancella dispensiera impose di versargli una pura onda alle mani; e l'ancella appressossi, e colla manca sostenendo il bacin, versò coll'altra da tersa idria l'umor. Lavato ei prese l'offerta coppa, e ritto in piè nel mezzo dell'atrio, in atto supplicante alzati gli occhi al cielo, libò con questi accenti: Giove massimo Iddio, che glorïoso dall'Ida imperi, fa che grato io giunga ad Achille, e pietà di me gl'ispira. Mandami a dritta il tuo veloce e caro re de' volanti, e ch'io lo vegga: e certo per lui del tuo favore, alle nemiche tende i miei passi volgerò sicuro. Esaudì Giove il prego, e il più perfetto degli augurii mandò, l'aquila fosca, cacciatrice, che detta è ancor la Bruna. Larghe quanto la porta di sublime stanza regal spiegava il negro augello le sue vaste ali, dirigendo a destra sulla cittade il volo. Esilarossi a tutti il core nel vederla. Il veglio montò il bel cocchio frettoloso, e fuora dei risonanti portici lo spinse. Traenti il plaustro precedean le mule dal saggio Idèo guidate, e lo seguièno della biga i corsier che il re canuto per l'ampie strade colla sferza affretta. L'accompagnan piangendo i suoi più cari,
come se a morte ei gisse. Alfin venuti alle porte, lasciârsi. Il re discese verso il campo nemico, e lagrimosi nella cittade ritornârsi i figli. Vide Giove dall'alto i due soletti pellegrini inoltrarsi alla pianura. Pietà gli venne dell'antico sire, e a Mercurio parlò: Diletto figlio, tu che guida ai mortali esser ti piaci, e pietoso gli ascolti, va veloce, ed alle navi achee Prìamo conduci occulto in guisa che nessuno il vegga de' vigilanti Argivi e se n'accorga, pria che d'Achille alla presenza ei sia. Mercurio ad obbedir tosto s'accinge i precetti del padre. E prima ai piedi i bei talari adatta. Ali son queste d'incorruttibil auro, ond'ei volando l'immensa terra e il mar ratto trascorre collo spiro de' venti. Indi la verga, che dona e toglie a suo talento il sonno, nella destra si reca, e scioglie il volo. In un batter di ciglio all'Ellesponto giunge e al campo troian. Qui prende il volto di regal giovinetto a cui fiorìa del primo pelo la venusta guancia, e, così fatto, il nume s'incammina. Già Prìamo con Idèo d'Ilo la tomba avea trascorsa, e qui sostato alquanto, alla chiara corrente abbeverava e le mule e i destrier. L'ombra notturna sulla terra scendea, quando l'araldo del nume s'avvisò che alla lor volta già s'appressava, e sbigottito disse: Bada, o re; qui si vuol tutta prudenza. Veggo un nemico, e siam perduti. O ratto diamci in fuga, o abbracciam le sue ginocchia implorando pietà. - Smarrissi il veglio, il terror gli arricciò su le canute tempie le chiome, il brivido gli corse per le tremule membra; e stupidito s'arrestò: Ma si fece innanzi il nume, e presolo per mano interrogollo: Dove, o padre, dirigi esti corsieri così pel buio della dolce notte mentre gli altri han riposo? E non paventi i furibondi Achei, che ti son presso, fieri nemici? Se qualcun di loro per l'ombra oscura portator ti coglie di quei tesori, che farai? Garzone tu non sei, né cotesto che ti segue, onde far petto a chi t'assalti infesto.
Ma di me non temer, ch'io qui mi sono in tuo danno non già, ma in tua difesa, perocché come padre a me sei caro. E Prìamo a lui: La va, come tu dici, mio dolce figlio. Ma propizio ancora tien su me la sua mano un qualche iddio, che tal mi manda della via compagno ben augurato, come te, di corpo bello e di volto, e di mirando senno, e di beati genitor germoglio. Gli è ver, ti guarda un Dio, siccome avvisi (ripiglia il nume): ma rispondi, e schietto parlami il vero. In regïon straniera porti tu forse, per salvarli, questi prezïosi tesori? O forse tutti di spavento compresi abbandonate la città, da che spento è il tuo gran figlio che a nullo Achivo di valor cedea? Oh chi se' tu? riprese intenerito l'esimio rege, chi se' tu che parli del mio morto figliuol così cortese? E chi son dunque i tuoi parenti, o caro? Allor Mercurio: Tu mi tenti, o veglio, col tuo dimando. Or ben: nella battaglia onoratrice de' guerrieri io vidi con quest'occhi più volte il divo Ettorre, massimamente il dì che degli Achei strage egli fece col fulmineo ferro cacciandoli alle navi. Ad ammirarlo noi fermi ci stavam; ché irato Achille col sommo Atride a noi non consentìa l'entrar dentro alla mischia. Io suo soldato qua ne venni con esso in una stessa nave: di schiatta Mirmidóne io sono; Polìtore m'è padre: a lui son molte ricchezze e molta età pari alla tua, e settimo de' figli io fui sortito a questa guerra. Esplorator del campo or qui ne venni: perocché dimani di buon tempo gli Achivi alla cittade daran l'assalto. Di riposo ei sono tutti sdegnosi, e contenerne il fiero desìo di pugna più non ponno i duci. Udito questo, replicò de' Teucri l'augusto sire: Se davver soldato del Pelìde tu sei, tutto deh fammi palese il vero. Il mio figliuol giac'egli per anco intero nelle tende, o fatto, misero! in brani, lo gittò pastura de' suoi mastini l'uccisor? - No, pronto l'Argicida rispose. Ei giace intatto tuttavia dalle belve appo la nave
capitana d'Achille entro la tenda senza segno d'onor. La dodicesma luce rifulse sul giacente, e ancora il suo corpo è incorrotto, ed il vorace morso de' vermi che gli estinti in guerra tutti consuma, il figlio tuo rispetta. Vero gli è ben che dell'amico intorno alla tomba, col sorgere dell'alba, spietatamente Achille lo strascina; né per ciò giunge a deturparlo, e quando tu medesmo il vedessi, maraviglia ti prenderebbe nel trovarlo tutto mondo dal tabo e fresco e rugiadoso, in ogni parte intégro, e le ferite, che molte ei n'ebbe, tutte chiuse. Tanto gl'iddii beati, a cui diletto egli era, dell'estinto tuo figlio ebber pensiero. Gioinne il vecchio, e replicò: Per certo torna in gran bene agl'Immortali offrire ogni debito onor, né il mio figliuolo, finché si visse, degli Dei gli altari dimenticò. Quind'essi alla sua morte ricordârsi di lui. Ma tu ricevi, deh ricevi da me questo bel nappo; custodiscilo, e fausti i sommi Dei, del Pelìde alla tenda m'accompagna. Buon vecchio, replicò con un sorriso l'Argicida, tu tenti l'inesperta mia giovinezza, ma la tenti in vano. Inscio Achille, non fia che doni io prenda. Temo il mio duce, e più il rubar; né voglio che guaio me n'incolga. Io scorterotti così pur senza doni e di buon grado, e per terra e per mar, come ti piace, anche d'Argo alle rive, né veruno su te le mani metterà, me duce. Così detto, balzò sopra la biga, e alle man date col flagel le briglie ne' cavalli trasfuse e nelle mule una gagliarda lena. Eran già presso delle navi alle torri ed alla fossa, e davano le scolte opra alle cene. Tutte Mercurio addormentolle, e tosto, levatene le sbarre, aprì le porte, e di Prìamo la biga, e de' bei doni l'onusto carro v'introdusse. Il passo drizzâr quindi d'Achille al padiglione, che splendido e sublime i Mirmidóni gli avean costrutto di robusto abete. Irsuto e spesso di campestri giunchi il culmine s'estolle: ampio di pali folto steccato lo circonda, e sola
una trave la porta n'assicura, trave immensa, abetina, che a levarsi e a riporsi di tre chiedea la forza, ed il Pelìde vi bastava ei solo. L'aperse il nume, ed intromesso il vecchio co' recati ad Achille incliti doni, scese d'un salto a terra, e così disse: O Prìamo, io sono il sempiterno iddio Mercurio; il padre mi spedì tua guida, e qui ti lascio, ché il menarti io stesso del Pelìde al cospetto, e tanto innanzi favorire un mortale, a un Immortale disconviensi. Tu entra, ed abbracciando le sue ginocchia per la madre il prega e pel padre e pel figlio, onde si plachi. Sparve, ciò detto, ed all'olimpie cime risalì. Prìamo scese, ed alla cura de' cavalli lasciato e delle mule l'araldo, s'avvïò dritto d'Achille alle stanze riposte. Avea di Giove l'eroe diletto in quel medesmo punto dato fine alla cena. I suoi sergenti in disparte sedean. Soli al guerriero ministravano in piedi Automedonte ed Alcimo, di Marte almo rampollo. Tolta non era ancor la mensa, e ancora sedeavi Achille. Il venerando veglio entrò non visto da veruno, e tosto fattosi innanzi, tra le man si prese le ginocchia d'Achille, e singhiozzando la tremenda baciò destra omicida che di tanti suoi figli orbo lo fece. Come avvien talor se un infelice reo del sangue d'alcun del patrio suolo fugge in altro paese, e ad un possente s'appresentando, i riguardanti ingombra d'improvviso stupor; tale il Pelìde del dëiforme Prìamo alla vista stupì. Stupiro e si guardaro in viso gli altri con muta maraviglia, e allora il supplice così sciolse la voce: Divino Achille, ti rammenta il padre, il padre tuo da ria vecchiezza oppresso qual io mi sono. Io questo punto ei forse da' potenti vicini assediato non ha chi lo soccorra, e all'imminente periglio il tolga. Nondimeno, udendo che tu sei vivo, si conforta, e spera ad ogn'istante riveder tornato da Troia il figlio suo diletto. Ed io, miserrimo! io che a tanti e valorosi figli fui padre, ahi! più nol sono, e parmi
già di tutti esser privo. Di cinquanta lieto io vivea de' Greci alla venuta. Dieci e nove di questi eran d'un solo alvo prodotti; mi venìano gli altri da diverse consorti, e i più ne spense l'orrido Marte. Mi restava Ettorre, l'unico Ettorre, che de' suoi fratelli e di Troia e di tutti era il sostegno; e questo pure per le patrie mura combattendo cadéo dianzi al tuo piede. Per lui supplice io vegno, ed infiniti doni ti reco a riscattarlo, Achille! Abbi ai numi rispetto, abbi pietade di me: ricorda il padre tuo: deh! pensa ch'io mi sono più misero, io che soffro disventura che mai altro mortale non soffrì, supplicante alla mia bocca la man premendo che i miei figli uccise. A queste voci intenerito Achille, membrando il genitor, proruppe in pianto, e preso il vecchio per la man, scostollo dolcemente. Piangea questi il perduto Ettorre ai piè dell'uccisore, e quegli or il padre, or l'amico, e risonava di gemiti la stanza. Alfin satollo di lagrime il Pelìde, e ritornati tranquilli i sensi, si rizzò dal seggio, e colla destra sollevò il cadente veglio, il bianco suo crin commiserando ed il mento canuto. Indi rispose: Infelice! per vero alte sventure il tuo cor tollerò. Come potesti venir solo alle navi ed al cospetto dell'uccisore de' tuoi forti figli? Hai tu di ferro il core? Or via, ti siedi, e diam tregua a un dolor che più non giova. Liberi i numi d'ogni cura al pianto condannano il mortal. Stansi di Giove sul limitar due dogli, uno del bene, l'altro del male. A cui d'entrambi ei porga, quegli mista col bene ha la sventura. A cui sol porga del funesto vaso, quei va carco d'oltraggi, e lui la dura calamitade su la terra incalza, e ramingo lo manda e disprezzato dagli uomini e da' numi. Ebbe Pelèo al nascimento suo molti da Giove illustri doni. Ei ricco, egli felice sovra tutti i viventi, il regno ottenne de' Mirmidóni, e una consorte Diva benché mortale. Ma lui pure il nume d'un disastro gravò. Nell'alta reggia
prole negògli del suo scettro erede, né gli concesse che di corta vita un unico figliuolo, ed io son quello; io che di lui già vecchio esser non posso dolce sostegno, e negl'ilìaci campi seggo lontano dalla patria, infesto a' tuoi figli e a te sesso. E te pur anco udimmo un tempo, o vecchio, esser beato posseditor di quanta hanno ricchezza Lesbo sede di Màcare, e la Frigia ed il lungo Ellesponto. All'opulenza di queste terre numerosi figli la fama t'aggiungea. Ma poiché i numi in questa guerra ti cacciâr, meschino! ch'altro vedesti intorno alle tue mura che perpetue battaglie e sangue e morti? Pur datti pace, né voler ch'eterno ti consumi il dolor. Nullo è il profitto del piangere il tuo figlio, e pria che in vita richiamarlo, ti resta altro soffrire. Deh non far ch'io mi segga, almo guerriero, l'antico sire ripigliò: là dentro senza onor di sepolcro il mio diletto Ettore giace: rendilo al mio sguardo; rendilo prontamente, e i molti doni che ti rechiamo, accetta, e ne fruisci, e dìati il ciel di salvo ritornarti al tuo loco natìo, poiché pietoso e la vita mi lasci e i rai del Sole. Non m'irritar co' tuoi rifiuti, o veglio, bieco Achille riprese. Io stesso avea statuito nel cor, che alfin renduto ti fosse il figlio, perocché la diva Nerëide mia madre a me di Giove già fe' chiaro il voler. Né si nasconde al mio vedere, al mio sentir, che un nume ti fu scorta alle navi a cui veruno mortal non fôra d'inoltrarsi ardito, né le guardie ingannar, né delle porte avrìa le sbarre disserrar potuto neppur di tutto il suo vigor nel fiore. Con querimonie adunque il mio corruccio non rinfrescarmi, se non vuoi ti metta, benché supplice mio, fuor della tenda, e del Tonante trasgredisca il cenno. Tremonne il vecchio, ed obbedì. Balzossi fuor della tenda allor come lïone il Pelìde con esso i due scudieri Automedonte ed Alcimo, cui, dopo il morto amico, tra' compagni egli ebbe in più pregio ed amor. Sciolsero questi i corsieri e le mule, ed intromesso
l'antico araldo l'adagiaro in seggio. Poscia dal plaustro i prezïosi doni del riscatto levâr, ma due pomposi manti lasciârvi, ed una ben tessuta tunica all'uopo di mandar coperto il cadavere in Ilio. Indi chiamate le ancelle, comandò che tutto fosse e lavato e di balsami perfuso in disparte dal padre, onde il meschino, veduto il figlio, in impeti non rompa subitamente di dolore e d'ira, sì che la sua destando anche il Pelìde contro il cenno di Giove nol trafigga. Lavato adunque dall'ancelle ed unto di balsami odorati, e di leggiadra tunica avvolto, e poi di risplendente pallio coperto, il gran Pelìde istesso alzatolo di peso, in sul ferètro collocollo; e composto i suoi compagni sul liscio plaustro lo portâr. Dal petto trasse allora l'eroe cupo un sospiro, e il diletto chiamando estinto amico sclamò: Patròclo, non volerti meco adirar, se nell'Orco udrai ch'io rendo Ettore al padre. In suo riscatto ei diemmi convenevoli doni, e la migliore parte a te sarà sacra, anima cara. Rïentrò quindi nella tenda, e sopra il suo seggio col tergo alla parete sedutosi di fronte a Prìamo, disse: Buon vecchio, il tuo figliuol, siccome hai chiesto, è in tuo potere, e nel ferètro ei giace. Potrai dell'alba all'apparir vederlo, e via portarlo. Si rivolga adesso alla mensa il pensier, ch'anco l'afflitta Nìobe del cibo ricordossi il giorno che dodici figliuoi morti le furo, sei del leggiadro e sei del forte sesso, tutti nel fior di giovinezza. Ai primi recò morte Diana, ed ai secondi il saettante Apollo, ambo sdegnati che Nìobe ardisse all'immortal Latona uguagliarsi d'onor, perché la Dea sol di due parti fu feconda, ed essa di ben molti di più. Ma i molti furo dai due trafitti. Nove volte il Sole stesi li vide nella strage, e nullo fu che di poca terra li coprisse, perché converso in dure pietre avea Giove la gente. Alfin lor diero i numi nella decima luce sepoltura. Stanca la madre del suo molto pianto,
non fu schiva di cibo. Or poi fra i sassi del Sipilo deserti, ove le stanze son delle Ninfe che sul verde margo danzano d'Achelèo, cangiata in rupe sensibilmente ancor piagne, e in ruscelli sfoga l'affanno che gli Dei le diero. E noi pure, o divin vecchio, pensiamo al nutrimento. Ritornato poscia col figlio a Troia, il piangerai di nuovo, ché molto è il pianto che ti resta ancora. Così detto, levossi frettoloso, e un'agnella sgozzò di bianco pelo. La scuoiaro i compagni, e acconciamente l'apprestâr minuzzandola con molta perizia; e infissa negli spiedi, e quindi ben rosolata la levâr dal foco. Da nitido canestro Automedonte pose il pan su la mensa, ed il Pelìde spartì le carni. La man porse ognuno alle vivande apparecchiate, e spento del cibarsi il desìo, Prìamo si pose maravigliando a contemplar d'Achille le divine sembianze, e quale e quanto il portamento. Stupefatto ei pure sul dardànide eroe tenea le luci fisse il Pelìde, e il venerando volto n'ammirava e il parlar pieno di senno. Come fur sazii del mirarsi, ruppe Prìamo il tacer: Preclaro ospite mio, mettimi or tosto a riposar, ch'io possa gustar di dolce sonno alcuna stilla. Dal dì che sotto la tua man possente il mio figlio spirò, mai non fur chiuse queste palpebre, mai; ch'altro non seppi da quel punto che piangere, ululare, voltolarmi per gli atrii nella polve, mille ambasce ingoiando. Dopo tanto fiero digiuno, or ecco che gustato ho qualche cibo alfine e qualche sorso. Questo udendo, ai compagni ed all'ancelle pronto il Pelìde comandò di porre nel padiglione esterïor due letti con distesi tappeti, e porporine belle coltrici, e vesti altre vellose da ricoprirsi. Obbedïenti al cenno uscîr le ancelle colle faci in mano, e tosto i letti apparecchiâr. Di lui sollecito il Pelìde, allor gli punse di tema il cor, dicendo: Ottimo padre, dormi qua fuor. Potrìa de' prenci achivi, che qui son per consulte a tutte l'ore, recarsi a me talun, siccome è l'uso,
e vederti, e ridirlo al sommo duce Agamennóne, e farsi impedimento al riscatto d'Ettorre. Or mi dichiara veracemente. A' suoi funebri onori quanti vuoi giorni? Io terrò l'armi in posa per altrettanti, e frenerò le schiere. Se ne consenti (Prïamo rispose) placide esequie al figlio mio, per certo mi fai cosa ben grata, o generoso. Siam rinchiusi, lo sai, dentro le mura; sai che n'è lungi il monte, ove la selva tagliar pel rogo, e sai quanto de' Teucri è lo spavento. Nove giorni al pianto consacreremo nelle case: al decimo arderemo la pira, e imbandirassi per la cittade il funeral banchetto. Gli darem tomba nel seguente, e l'armi nell'altro piglierem, se stremo il chiede. Buon vecchio, sia così, soggiunse Achille: tanto l'armi staran quanto tu brami. Così dicendo, la sua destra pose nella destra di quello, onde sgombrargli ogni temenza. Prïamo e l'araldo nell'atrio coricârsi; entro i recessi della tenda il Pelìde; ed al suo fianco la bella figlia di Brisèo si giacque. Tutti dormìan sepolti in dolce sonno i guerrieri e gli Dei, ma non l'amico de' mortali Mercurio, che venìa pur divisando in suo pensier la guisa di trarre, dalle guardie inosservato, fuor del dorico vallo il re troiano. Stettegli adunque su la fronte, e disse: Re, così dormi fra' nemici? e nulla ti cal del rischio in che ti trovi, uscito dagli artigli d'Achille? A caro prezzo redimesti l'amato estinto figlio. Ma per te che sei vivo, Agamennóne se qui sapratti, e tutto il campo acheo, tre volte tanto chiederanno ai figli che rimasti ti sono. - E più non disse. Destasi il vecchio sbigottito, e sveglia l'araldo: aggioga l'Argicida istesso i cavalli e le mule, e presto presto spinti i carri, invisibile traversa gli accampamenti. Alla corrente giunti del genito da Giove ondoso Xanto nell'ora che sul mondo il suo vermiglio velo dispiega di Titon l'amica, volò Mercurio al cielo, e i due canuti con gemiti e lamenti alla cittade celeravan la via. Grave del caro cadavere davanti iva il carretto, né d'uomo orecchio, né di donna ancora il fragor ne sentìa. L'udì primiera la vergine Cassandra, e su la rocca di Pergamo salita, il suo diletto padre e l'araldo riconobbe eccelsi sovra i carri, e la spoglia inanimata che sul plaustro giacea. Mise a tal vista alti gridi e ululati, e per le vie, Troi, Troiane, gridava, eccone Ettorre; accorrete, vedetelo, gli è quello che ritornando dalla pugna empiea tutti, un tempo, di gioia i vostri petti. Né verun né veruna a questo annunzio nella cittade si restò, ma tutti d'intollerando duolo il cuor compresi si versâr dalle porte, e fersi incontro al lugubre convoglio. Ivi primiere lacerandosi i crini la diletta sposa e l'augusta genitrice al carro s'avventâr furïose, e sull'amata pallida fronte abbandonâr le bocche, tutta dintorno piangendo la turba. E le lagrime, i gemiti, le grida sul deplorato Ettorre avrìan l'intero giorno consunto su le meste porte, se Prïamo dal cocchio all'inondante turba rivolto non dicea: Sgombrate al carro il varco: pascervi di pianto su quel corpo potrete entro la reggia. S'aprì la folta, passò il carro, e giunse negl'incliti palagi. Ivi deposto il cadavere in regio cataletto, il lugubre sovr'esso incominciaro inno i cantori de' lamenti, e al mesto canto pietose rispondean le donne: fra cui plorando Andròmaca, e strignendo d'Ettore il capo fra le bianche braccia, fe' primiera sonar queste querele: Eccoti spento, o mio consorte, e spento sul fior degli anni! e vedova me lasci nella tua reggia, ed orfanello il figlio di sventurato amor misero frutto, bambino ancora, e senza pur la speme che pubertade la sua guancia infiori. Perocché dalla cima Ilio sovverso ruinerà tra poco or che tu giaci, tu che n'eri il custode, e gli servavi i dolci pargoletti e le pudiche spose, che tosto ai legni achei n'andranno strascinate in catene, ed io con esse. E tu, povero figlio, o ne verrai meco in servaggio di crudel signore che ad opre indegne danneratti, o forse qualche barbaro Acheo dall'alta torre ti scaglierà sdegnoso, vendicando o il padre, o il figlio, od il fratel dall'asta d'Ettor prostrati; ché per certo molti di costoro per lui mordon la terra. Terribile ai nemici era il tuo padre nelle battaglie, e quindi è il duol che tragge da tutti gli occhi cittadini il pianto. Ineffabile angoscia, Ettore mio, tu partoristi ai genitor, ma nulla si pareggia al dolor dell'infelice tua consorte. Spirasti, e la mancante mano dal letto, ohimè! non mi porgesti, non mi lasciasti alcun tuo savio avviso, ch'or giorno e notte nel fedel pensiero dolce mi fôra richiamar piangendo. Accompagnâr co' gemiti le donne d'Andròmaca i lamenti, e li seguiva il compianto d'Ecùba in questa voce: O de' miei figli, Ettorre, il più diletto! Fosti caro agli Dei mentre vivevi, e il sei, qui morto, ancora. Il crudo Achille di Samo e d'Imbro e dell'infida Lenno su le remote tempestose rive quanti a man gli venìan, tutti vendeva gli altri miei figli; e tu dal suo spietato ferro trafitto, e tante volte intorno strascinato alla tomba dell'amico che gli prostrasti (né per questo in vita lo ritornò), tu fresco e rugiadoso or mi giaci davanti, e fior somigli dai dolci strali della luce ucciso. A questo pianto rinnovossi il lutto, ed Elena fe' terza il suo lamento: O a me il più caro de' cognati, Ettorre, poiché il Fato mi trasse a queste rive di Paride consorte! oh morta io fossi pria che venirvi! Venti volte il Sole il suo giro compì da che lasciato ho il patrio nido, e una maligna o dura sola parola sul tuo labbro io mai mai non intesi. E se talvolta o suora o fratello o cognata, o la medesma veneranda tua madre (ché benigno a me fu Prìamo ognor) mi rampognava, tu mansueto, con dolce ripiglio gli ammonendo, placavi ogni corruccio. Quind'io te piango e in un la mia sventura, ché in tutta Troia io non ho più chi m'ami o compatisca, a tutti abbominosa. Così sclamava lagrimando, e seco il popolo gemea. Si volse alfine Prìamo alla turba, e favellò: Troiani, si pensi al rogo. Andate, e dalla selva qua recate il bisogno, né vi prenda
|