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Omero - traduzione di Vincenzo Monti
Così dintorno a te, marzio Pelìde, gli Achei metteansi in punto appo le navi, e i Troi del campo sul rïalto. A Temi Giove allor comandò che dalle molte eminenze d'Olimpo a parlamento convocasse gli Dei. Volò la Diva d'ogni parte, e chiamolli alla stellata magion di Giove. Accorser tutti, e, tranne il canuto Oceàn, nullo de' Fiumi né delle Ninfe vi mancò, de' boschi e de' prati e de' fonti abitatrici. Giunti del grande adunator de' nembi alle stanze, si assisero su tersi troni che a Giove con solerte cura Vulcano fabbricò. Prese ciascuno cheto il suo posto; ma dal mar venuto obbedïente ei pure il re Nettunno, tra i maggiori sedendosi, la mente di Giove interrogò con questi accenti: Perché di nuovo, fulminante Iddio, chiami i numi a consiglio? Alfin decisa de' Troiani vuoi forse e degli Achei pronti a zuffa mortal l'ultima sorte? Ben vedesti, o Nettunno, il mio pensiero, Giove rispose; del chiamarvi è questa la cagion: benché presso al fato estremo e gli uni e gli altri in cor mi stanno. Assiso su le cime d'Olimpo io qui mi resto l'ire mortali a contemplar tranquillo. Voi sul campo scendete, e a cui v'aggrada de' Teucri e degli Achei recate aita. Se pugna Achille ei sol, nol sosterranno nè pur tampoco i Teucri, essi che ieri solo al vederlo ne tremaro. Ed oggi, che d'ira egli arde per l'amico, io temo non anzi il dì fatal Troia rovini. Disse, e di guerra un fier desire accese de' Celesti nel cor, che in due divisi nel campo si calâr: verso le navi Giuno e Palla Minerva e coll'accorto util Mercurio s'avvïò Nettunno. Li seguìa zoppicando, e truci intorno gli occhi volgendo di sua forza altero Vulcano, ed il sottil stinco di sotto gli barcollava. Alla troiana parte n'andâr dell'elmo il crollator Gradivo, l'intonso Febo colla madre e l'alma cacciatrice sorella e Xanto e Venere Dea del riso. Finché dalle mortali turbe i numi fur lungi, orgoglio e festa menavano gli Achei, perché comparso dopo lungo riposo era il Pelìde,
e corse ai Teucri un freddo orror per l'ossa visto nell'armi lampeggiar, sembiante al Dio tremendo delle stragi, Achille. Ma quando le celesti alle terrene armi fur miste, una ineffabil surse di genti agitatrici aspra contesa. Terribile Minerva, or sull'estremo fosso volando ed or sul rauco lido, da questa parte orribilmente grida: grida Marte dall'altra a tenebroso turbin simìle, ed or dall'ardue cime delle dardanie torri, ed or sul poggio di Colone lunghesso il Simoenta correndo, infiamma a tutta voce i Teucri. Così l'un campo e l'altro inanimando gli Dei beati gli azzuffâr, commisti in conflitto crudel. Dall'alto allora de' mortali e de' numi orrendamente il gran padre tuonò: scosse di sotto l'ampia terra e de' monti le superbe cime Nettunno. Traballâr dell'Ida le falde tutte e i gioghi e le troiane rocche, e le navi degli Achei. Tremonne Pluto il re de' sepolti e spaventato diè un alto grido e si gittò dal trono, temendo non gli squarci la terrena volta sul capo il crollator Nettunno, ed intromessa colaggiù la luce agli Dei non discopra ed ai mortali le sue squallide bolge, al guardo orrende anco del ciel; cotanto era il fragore che dal conflitto de' Celesti uscìa. Contra Nettunno il re dell'arco Apollo, contra Marte Minerva, e contra Giuno sta delle cacce e degli strali amante la sorella di Febo alma Dïana: contra il dator de' lucri e servatore di ricchezze Mercurio era Latona, contra Vulcano il vorticoso fiume dai mortali Scamandro e dagli Dei Xanto nomato. E questo era di numi contro numi il certame e l'ordinanza. Ma di scagliarsi fra le turbe in cerca del Priàmide Ettorre arde il Pelìde, ché innanzi a tutto gli comanda il core di far la rabbia marzïal satolla di quel sangue abborrito. Allor destando le guerriere faville Apollo spinse contro il tessalo eroe d'Anchise il figlio, e presa la favella e la sembianza del Prïameio Licaon gl'infuse ardimento e valor con questi accenti:
Illustre duce Enea dove n'andaro le fatte tra le tazze alte promesse al re de' Teucri, che pur solo avresti contro il Pelìde Achille combattuto? Prïamìde, e perché, contro mia voglia, Enea rispose, ad affrontar mi sproni quell'invitto guerrier? Gli stetti a fronte pur altra volta, ed altra volta in fuga la sua lancia dall'Ida mi sospinse, quando, assaliti i nostri armenti, ei Pèdaso e Lirnesso atterrò. Giove protesse il mio ratto fuggir: senza il suo nume m'avrìa domo il Pelìde, esso e Minerva che il precorrendo lo spargea di luce, e de' Teucri e de' Lèlegi alla strage la sua lancia animava. Alcun non sia dunque che pugni col Pelìde. Un Dio sempre va seco che il difende, e dritto vola sempre il suo telo, e non s'arresta finché non passi del nemico il petto. Se della guerra si librasse eguale dai Sampiterni la bilancia, ei certo, fosse tutto qual vantasi di ferro, non avrìa meco agevolmente il meglio. E tu pur prega i numi, o valoroso, rispose Apollo, ché tu pure, è fama, di Venere nascesti, ed ei di Diva inferïor, ché quella a Giove, e questa al marin vecchio è figlia. Orsù dirizza in lui l'invitto acciaro, e non lasciarti per minacce fugar dure e superbe. Fatto animoso a questi detti il duce, processe di lucenti armi vestito tra i guerrieri di fronte. E lui veduto per le file avanzarsi arditamente contro il Pelìde, ai collegati numi si volse Giuno e disse: Il cor volgete, tu Nettunno e tu Pallade, al periglio che ne sovrasta. Enea tutto nell'armi folgorante s'avvìa contro il Pelìde, e Febo Apollo ve lo spinge. Or noi o forziamlo a dar volta, o pur d'Achille vada in aiuto alcun di noi, che forza all'uopo gli ministri, onde s'avvegga ch'egli ai Celesti più possenti è caro, e che di Troia i difensor fann'opra infruttuosa. Vi rammenti, o numi, che noi tutti scendemmo a questa pugna perché nullo da' Teucri egli riceva questo dì nocumento. Abbiasi dopo quella sorte che a lui filò la Parca quando la madre il partorìo. Se istrutto
di ciò nol renda degli Dei la voce, temerà nel veder venirsi incontro fra l'armi un nume: perocché tremendi son gli Eterni veduti alla scoperta. Fuor di ragione non irarti, o Giuno, ché ciò sconvienti, rispondea Nettunno. Non sia che primi commettiam la pugna noi che siamo i più forti. Alla vedetta di qualche poggio dalla via remoto assidiamci piuttosto, ed ai mortali resti la cura del pugnar. Se poscia cominceran la zuffa o Marte o Febo, e rattenendo Achille impediranno ch'egli entri nella mischia, e noi pur tosto susciteremo allor l'aspro conflitto, e presto, io spero, dal valor del nostro braccio domati, per le vie d'Olimpo ritorneranno all'immortal consesso. Li precorse, ciò detto, il nume azzurro verso l'alta bastìa che pel divino Ercole un giorno con Minerva i Teucri innalzâr, perché a quella egli potesse riparato schivar della vorace orca l'assalto allor che furibonda l'inseguisse dal lido alla pianura. Qui co' numi alleati il Dio s'assise d'impenetrabil nube circonfuso. Sul ciglio anch'essi s'adagiâr dell'erto Callicolon gli opposti numi intorno a te, divino saettante Apollo, e a Marte di cittadi atterratore. Così di qua, di là deliberando siedono i Divi, e niuna parte ardisce, benché Giove gli sproni, aprir la pugna. E già tutto d'armati il campo è pieno, e di lampi che manda il riforbito bronzo de' cocchi e de' guerrieri, e suona sotto il fervido piè de' concorrenti eserciti la terra. Ed ecco in mezzo affrontarsi di pugna desïosi due fortissimi eroi, d'Anchise il figlio ed Achille. Avanzossi Enea primiero minacciando e crollando il poderoso elmo, e proteso il forte scudo al petto, la grand'asta vibrava. Ad incontrarlo mosse il Pelìde impetuoso, e parve truculento lïone alla cui vita denso stuol di garzoni, anzi l'intero borgo si scaglia: incede egli da prima sprezzatamente; ma se alcun de' forti assalitor coll'asta il tocca, ei fiero spalancando le fauci si rivolve
colla schiuma alle sanne; la gagliarda alma in cor gli sospira, i fianchi e i lombi flagella colla coda, e se medesmo alla battaglia irrita: indi repente con torvi sguardi avventasi ruggendo, di dar morte già fermo o di morire: tal la forza e il coraggio incontro al franco Enea sospinser l'orgoglioso Achille, e giunti a fronte, favellò primiero il gran Pelìde: Enea, perché tant'oltre fuor della turba ti spingesti? Forse meco agogni pugnar perché su i Teucri di Prìamo speri un dì stender lo scettro? Ma s'egli avvegna ancor che tu m'uccida, ei non porrallo alle tue mani, ei padre di più figli, e d'età sano e di mente: o forse i Teucri, se mi metti a morte, un eletto poder bello di viti ti statuiro e di fecondi solchi? Ma dura impresa t'assumesti, io spero; ch'altra volta, mi par, ti pose in fuga questa mia lancia. Non rammenti il giorno che soletto ti colsi, e con veloce corso dall'Ida ti cacciai lontano dalle tue mandre? Tu volavi, e, mai non volgendo la fronte, entro Lirnesso ti riparasti. Col favore io poi di Giove e Palla la città distrussi, e ne predai le donne, e tolta loro la cara libertà, meco le trassi. Gli Dei quel giorno ti scampâr; non oggi lo faranno, cred'io, come t'avvisi. Va, ritìrati adunque, io te n'assenno, rientra in turba, né mi star di fronte, se il tuo peggio non vuoi, ché dopo il fatto anche lo stolto dell'error si pente. Me co' detti atterrir come fanciullo indarno tenti, Enea rispose; anch'io so dir minacce ed onte, e l'un dell'altro i natali sappiamo, e per udita i genitori; ché né tu conosci per vista i miei, ned io li tuoi. Te prole dell'egregio Pelèo dice la fama, e della bella equòrea Teti. Io nato di Venere mi vanto, e generommi il magnanimo Anchise. Oggi per certo o gli uni o gli altri piangeranno il figlio. Ché veruno di noi di puerili ciance contento non vorrà, cred'io, separarsi ed uscir di questo arringo. Ma se più brami di mia stirpe udire al mondo chiara, primamente Giove
Dàrdano generò, che fondamento pose qui poscia alle dardanie mura. Perocché non ancora allor nel piano sorgean le sacre ilìache torri, e il molto suo popolo le idèe falde copriva. Di Dàrdano fu nato il re d'ogni altro più opulente Erittònio. A lui tre mila di teneri puledri allegre madri le convalli pascean. Innamorossi Borea di loro, e di destrier morello presa la forma alquante ne compresse, che sei puledre e sei gli partoriro. Queste talor ruzzando alla campagna correan sul capo delle bionde ariste senza pur sgretolarle; e se co' salti prendean sul dorso a lascivir del mare, su le spume volavano de' flutti senza toccarli. D'Erittònio nacque Tröe re de' Troiani, e poi di Troe generosi tre figli Ilo ed Assàraco, e il deïforme Ganimede, al tutto de' mortali il più bello, e dagli Dei rapito in cielo, perché fosse a Giove di coppa mescitor per sua beltade, ed abitasse con gli Eterni. Ad Ilo nacque l'alto figliuol Laomedonte; Titone a questo e Prìamo e Lampo e Clìzio e l'alunno di Marte Icetaone: Assàraco ebbe Capi, e Capi Anchise, mio venitore, e Prìamo il divo Ettorre. Ecco il sangue ch'io vanto. Il resto scende tutto da Giove che ne' petti umani il valor cresce o scema a suo talento, potentissimo iddio. Ma tregua omai fra l'armi a borie fanciullesche. Entrambi possiam d'ingiurie aver dovizia e tanta che nave non potrìa di cento remi levarne il pondo. De' mortai volubile e la lingua, e ne piovono parole d'ogni maniera in largo campo, e quale dirai motto, cotal ti fia rimesso. Ma perché d'onte tenzonar siccome stizzose femminette che nel mezzo della via si rabbuffano, col vero, spinte dall'ira, affastellando il falso? Me qui pronto a pugnar non distorrai colle minacce dal cimento. Or via alle prove dell'asta. - E così detto, la ferrea lancia fulminò nel vasto terribile brocchier che dell'acuta cuspide al picchio rimugghiò. Turbossi il Pelìde, e dal petto colla forte
mano lo scudo allontanò, temendo nol trafori la lunga ombrosa lancia del magnanimo Enea. Di mente uscito eragli, stolto! che mortal possanza difficilmente doma armi divine. Non ruppe la gagliarda asta troiana il pavese achillèo, ché la rattenne dell'aurea piastra l'immortal fattura, e sol due falde ne forò di cinque che Vulcano v'avea l'una sull'altra ribattute; di bronzo le due prime, le due dentro di stagno, e tutta d'oro la media che il crudel tronco represse. Vibrò secondo la sua lunga trave il Pelìde, e colpì dell'inimico l'orbicolar rotella all'orlo estremo, ove sottil di rame era condotta una falda, e sottile il sovrapposto cuoio taurino. La pelìaca antenna da parte a parte lo passò. La targa rimbombò sotto il colpo: esterrefatto rannicchiossi e scostò dalla persona Enea lo scudo sollevato; e l'asta, rotti i due cerchi che il cingean, sul dorso trasvolò furïosa, e al suol si fisse. Scansato il colpo, si ristette, e immenso duol di paura gli abbuiò le luci, sentita la vicina asta confitta. Pronto il Pelìde allor tratta la spada, con terribile grido si disserra contro il nemico. Era nel campo un sasso d'enorme pondo che soverchio fôra alle forze di due quai la presente età produce. Diè di piglio Enea a questo sasso, e agevolmente solo l'agitando, si volse all'aggressore. E nel vulcanio scudo o nell'elmetto avventato l'avrìa, ma senza offesa, e a lui per certo del Pelìde il brando togliea la vita, se di ciò per tempo avvistosi Nettunno, ai circostanti celesti non facea queste parole: Duolmi, o numi, d'assai del generoso Enea che domo dal Pelìde all'Orco irne tosto dovrà, dalle lusinghe mal consigliato dell'arciero Apollo. Insensato! ché nulla incontro a morte gli varrà questo Dio. Ma della colpa altrui la pena perché dee patirla quest'innocente, liberal di grati doni mai sempre agl'Immortali? Or via moviamo in suo soccorso, e s'impedisca
che il Pelìde l'uccida, e che di Giove l'ire risvegli la sua morte. I fati decretâr ch'egli viva, onde la stirpe di Dardano non pera interamente, di lui che Giove innanzi a quanti figli alvo mortal gli partorìo, dilesse: perocché da gran tempo egli la gente di Prìamo abborre, e su i Troiani omai d'Enea la forza regnerà con tutti de' figli i figli e chi verrà da quelli. Pensa tu teco stesso, o re Nettunno, Giuno rispose, se sottrarre a morte Enea si debba, o consentir, malgrado la sua virtude, che lo domi Achille. Quanto a Pallade e a me, presenti i numi, noi giurammo solenne giuramento di non mai da' Troiani la ruina allontanar, no, s'anco tutta in cenere Troia cadesse tra le fiamme achee. Udito quel parlar, corse per mezzo alla mischia e al fragor delle volanti aste Nettunno, e giunto ove d'Enea e dell'inclito Achille era la pugna, una sùbita nube intorno agli occhi del Pelìde diffuse, e dallo scudo del magnanimo Enea svelto il ferrato frassino, al piede del rival lo pose. Indi spinse di forza, e dalla terra levò sublime Enea, che preso il volo dalla mano del Dio, varcò d'un salto molte file d'eroi, molte di cocchi, e all'estremo arrivò del rio conflitto, ove in procinto si mettean di pugna de' Càuconi le schiere. Ivi davanti gli si fece Nettunno, e così disse: Sconsigliato! qual Dio contra il Pelìde ti sedusse a pugnar, contra un guerriero di te più caro ai numi e più gagliardo? S'altra volta lo scontri, ti ritira, onde anzi tempo non andar sotterra. Morto Achille, combatti audacemente, ché nullo Acheo t'ucciderà. - Disparve dopo questo precetto, e alle pupille del Pelìde sgombrò la portentosa caligine: tornâr tutto ad un tempo chiari al guardo gli obbietti, onde fremendo nel magnanimo cor: Numi, diss'egli, quale strano prodigio? Al suol giacente veggo il mio telo, ma il guerrier non veggo in cui bramoso di ferir lo spinsi. Dunque è caro a' Celesti ei pur davvero questo figlio d'Anchise! ed io stimava
falso il suo vanto. E ben si salvi. Andata gli sarà, spero, di provarsi meco in avvenir la voglia, assai felice d'aver posta in sicuro oggi la vita. Orsù, l'acheo valor riconfortato, facciam degli altri Teucri esperimento. Sì dicendo, saltò dentro alle file e tutti rincuorò: Prestanti Achei, non vogliate discosto or più tenervi da' nemici: guerrier contra guerriero scagliatevi, e pugnate ardimentosi. Per forte ch'io mi sia, m'è dura impresa sol con tutti azzuffarmi ed inseguirli. Né Marte pure immortal Dio né Palla a tanti armati reggerìan. Ma quanto queste man, questi piedi e questo petto potranno, io tutto vel consacro, e giuro di non posarmi un sol momento. Io vado a sfondar quelle file, e non fia lieto chi la mia lancia scontrerà, mi penso. Così gli sprona; e minaccioso anch'esso Ettore i suoi conforta, e contro Achille ir si promette: Del Pelìde, o prodi, non temete le borie: anch'io saprei pur co' numi combattere a parole, coll'asta, no, ch'ei son più forti assai. Né tutti avran d'Achille i vanti effetto: se l'un pieno gli andrà, l'altro gli fia tronco nel mezzo. Ad incontrarlo io vado s'anco la man di fuoco egli s'avesse, sì, di fuoco la man, di ferro il polso. Da questo dire accesi, alto levaro l'aste avverse i Troiani, e con immenso romor le forze s'accozzâr. Si strinse allora Apollo al teucro duce, e disse: Ettore, non andar contro il Pelìde fuor di fila: ma tienti entro la schiera, e dalla turba lo ricevi, e bada che di brando o di stral non ti raggiunga. Udì del Dio la voce, e sbigottito nella turba de' suoi l'eroe s'immerse. Ma di gran forza il cor vestito Achille con gridi orrendi si balzò nel mezzo de' Troiani, e prostese a prima giunta di numerose genti un condottiero, il prode Ifizïon che ad Otrintèo guastator di città nell'opulento popolo d'Ide sul nevoso Tmolo Näide Ninfa partorì. Venìa costui di punta a furia. Il divo Achille coll'asta a mezzo capo lo percosse, e in due lo fésse. Rimbombando ei cadde,
ed orgoglioso il vincitor sovr'esso esclamò: Tremendissimo Otrintìde, eccoti a terra: e tu sepolcro umìle in questa sabbia avrai, tu che superba cuna sortisti alla gigèa palude ne' paterni poderi appo il pescoso Illo e dell'Ermo il vorticoso flutto. Così l'oltraggia; della morte il buio coprì gli occhi al meschino, e de' cavalli l'ugna e li chiovi delle rote achee il lasciâr nella calca infranto e pesto. Ferì dopo costui Demoleonte, d'Antènore figliuolo e valoroso combattitore; lo ferì sul polso della tempia, né valse alla difesa la ferrea guancia del polito elmetto. L'impetuosa punta spezzò l'osso, sgominò le cervella, che di sangue tutte insozzârsi, e così giacque il fiero. Gittatosi dal carro, Ippodamante dinanzi gli fuggìa. L'asta d'Achille lo raggiunse nel tergo. L'infelice esalava lo spirto, e mugolava come tauro che a forza innanzi all'are d'Elice è tratto da garzon robusti, e ne gode Nettunno: a questa guisa muggìa quell'alma feroce, e spirava. S'avventò dopo questi a Polidoro. Era costui di Prìamo un figlio: il padre gli avea difeso di pugnar, siccome il minor de' suoi nati e il più diletto, che tutti al corso li vincea. Di questa sua virtute di piè con fanciullesca demenza vanitoso egli tra' primi combattenti correa senza consiglio, finché morto vi cadde. Il colse a tergo in quei trascorsi Achille ove la cinta dall'auree fibbie s'annodava, e doppio scontravasi l'usbergo. Il telo acuto rïuscì di rimpetto all'ombilico: ululò quel trafitto, e su i ginocchi cascò: curvato colla man compresse
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