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Omero - traduzione di Vincenzo Monti
Così dicendo, dalle porte eruppe seguìto dal fratello il grande Ettorre. Ardono entrambi di far pugna: e quale i naviganti allegra amico vento che un Dio lor manda allor che stanchi ei sono d'agitar le spumanti onde co' remi, e cascano le membra di fatica; tali al desìo de' Teucri essi appariro. A prima giunta Paride stramazza Menestio d'Arna abitatore, e figlio del portator di clava Arëitòo, a cui lo partorìa Filomedusa per grand'occhi lodata. Ettore attasta Eïoneo di lancia alla cervice sotto l'elmetto, e morto lo distende. Glauco, duce de' Licii, a un tempo istesso d'un colpo di zagaglia ad Ifinòo, prole di Dèssio, l'omero trafigge appunto in quella che salìa sul cocchio, e dal cocchio al terren morto il trabocca. Vista la strage degli Achei, Minerva dall'Olimpo calossi impetuosa verso il sacro Ilïon. La vide Apollo dalla pergàmea rocca, e vincitori bramando i Teucri, le si fece incontro vicino al faggio, e favellò primiero: Figlia di Giove, e quale il cor t'invade furia novella? E qual sì grande affetto dall'Olimpo ti spinge? a portar forse della pugna agli Achei la dubbia palma, poiché niuna ti tocca il cor pietade dello strazio de' Teucri? Or su, m'ascolta, e fia lo meglio. Si sospenda in questo giorno la zuffa, e alla novella aurora si ripigli e s'incalzi infin che Troia cada: da che la sua caduta a voi possenti Dive il cor cotanto invoglia. Sia così, Palla gli rispose: io scesi fra i Troiani e gli Achei con questa mente. Ma come avvisi di quetar la pugna? Suscitiam, replicava il saettante figlio di Giove, suscitiam la forte alma d'Ettorre a provocar qualcuno de' prodi Achivi a singolar tenzone: e indignati gli Achivi un valoroso spingano anch'essi a cimentarsi in campo da solo a solo col troian guerriero. Disse, e Minerva acconsentìa. Conobbe de' consultanti iddii tosto il disegno il Prïamide Elèno in suo pensiero, e ad Ettore venuto: Ettore, ei disse, pari a quello d'un nume è il tuo consiglio;
ma udir vuoi tu del tuo fratello il senno? Fa dall'armi cessar Teucri ed Achei, e degli Achei tu sfida il più valente a singolar certame. Io ti fo certo che il tuo giorno fatal non giunse ancora; così mi dice degli Dei la voce. Esultò di letizia all'alto invito il valoroso: e presa per lo mezzo la sua gran lancia, e tra l'un campo e l'altro procedendo, fe' alto alle troiane falangi; ed elle soffermârsi tutte. Soffermârsi del pari al riverito cenno d'Atride i coturnati Achivi, e in forma d'avoltoi Minerva e Febo sull'alto faggio s'arrestâr di Giove, con diletto mirando de' guerrieri quinci e quindi seder dense le file d'elmi orrende e di scudi e d'aste erette. Quale è l'orror che di Favonio il soffio nel suo primo spirar spande sul mare, che destato s'arruffa e l'onde imbruna: tale de' Teucri e degli Achei nel vasto campo sedute comparìan le file. Trasse Ettorre nel mezzo, e così disse: Udite, o Teucri, udite attenti, o Achivi, ciò che nel petto mi ragiona il core. Ratificar non piacque all'alto Giove i nostri giuramenti, e in suo segreto agli uni e agli altri macchinar ne sembra grandi infortunii, finché l'ora arrivi ch'Ilio per voi s'atterri, o che voi stessi atterrati restiate appo le navi. Or quando il vostro campo il fior racchiude degli achivi guerrieri, esca a duello chi cuor si sente: lo disfida Ettorre. Eccovi i patti del certame, e Giove testimonio ne sia. Se il mio nemico m'ucciderà, dell'armi ei mi dispogli, e le si porti; ma il mio corpo renda, onde i Troiani e le troiane spose m'onorino del rogo. Ov'io lui spegna, ed Apollo la palma a me conceda, porteronne le tolte armi nel sacro Ilio, e del nume appenderolle al tempio: ma l'intatto cadavere alle navi vi sarà rimandato, onde d'esequie l'orni l'achea pietade e di sepolcro su l'Ellesponto. Lo vedrà de' posteri naviganti qualcuno, e fia che dica: Ecco la tomba d'un antico prode che combattendo coll'illustre Ettorre glorïoso perì. Questo fia detto,
ed eterno vivrassi il nome mio. All'audace disfida ammutoliro gli Achei, tementi d'accettarla, e insieme di recusarla vergognosi. Alfine in piè rizzossi Menelao, nell'imo del cor gemendo, ed in acerbi detti prorompendo gridò: Vili superbi, Achive, non Achei! Fia questo il colmo dell'ignominia, se tra voi non trova quell'audace Troian chi gli risponda. Oh possiate voi tutti in nebbia e polve resoluti sparir, voi che vi state qui senza core immoti e senza onore. Ma io medesmo, io sì, contra costui scenderò nell'arena. In man de' numi della vittoria i termini son posti. Ciò detto, l'armi indossa. E certo allora per le mani d'Ettorre, o Menelao, trovato avresti di tua vita il fine, (ch'egli di forza ti vincea d'assai) se subito in piè surti i prenci achivi non rattenean tua foga. Egli medesmo il regnatore Atride Agamennóne l'afferrò per la mano, e, Tu deliri, disse, e il delirio non ti giova. Or via, fa senno, e premi il tuo dolor, né spinto da bellicosa gara avventurarti con un più prode di cui tutti han tema, col Prïamide Ettorre. Anco il Pelìde, sì più forte di te, lo scontro teme di quella lancia nel conflitto. Or dunque ritorna alla tua schiera, e statti in posa. Gli desteranno incontra altro più fermo duellator gli Achivi, e tal ch'Ettorre, intrepido quantunque ed indefesso, metterà volentier, se dritto io veggo, le ginocchia in riposo, ove pur sia che netto egli esca dalla gran tenzone. Svolge il saggio parlar del sommo Atride del fratello il pensier, che obbedïente quetossi, e lieti gli levâr di dosso le bell'arme i sergenti. Allor nel mezzo surse Nestore, e disse: Eterni Dei! Oh di che lutto ricoprirsi io veggio la casa degli eroi, l'achea contrada! Oh quanto in cor ne gemerà l'antico di cocchi agitator Pelèo, di lingua fra' Mirmidon sì chiaro e di consiglio; egli che in sua magion solea di tutti gli Achei le schiatte dimandarmi e i figli, e giubilava nell'udirli! Ed ora se per Ettorre ei tutti li sapesse
di terror costernati, oh come al cielo alzerebbe le mani, e pregherebbe di scendere dolente anima a Pluto! O Giove padre, o Pallade, o divino di Latona figliuol! ché non son io nel fior degli anni, come quando in riva pugnâr del ratto Celadonte i Pilii con la sperta di lancia arcade gente sotto il muro di Fea verso le chiare del Jàrdano correnti? Alla lor testa Ereutalion venìa, che pari a nume l'armatura regal d'Arëitòo indosso avea, del divo Arëitòo che gli uomini tutti e le ben cinte donne clavigero nomâr; perché non d'arco né di lunga asta armato ei combattea, ma con clava di ferro poderosa rompea le schiere. A lui diè morte poscia, pel valore non già, ma per inganno Licurgo al varco d'un angusto calle, ove il rotar della ferrata clava al suo scampo non valse; ché Licurgo prevenendone il colpo traforògli l'epa coll'asta, e stramazzollo; e l'armi così gli tolse che da Marte egli ebbe, armi che poscia l'uccisor portava ne' fervidi conflitti; insin che, fatto per vecchiezza impotente, al suo diletto prode scudiero Ereutalion le cesse. Di queste dunque altero iva costui disfidando i più forti, ed atterriti n'eran sì tutti, che nessun si mosse. Ma io mi mossi audace core, e d'anni minor di tutti m'azzuffai con esso, e col favor di Pallade lo spensi: forte eccelso campion che in molta arena giaceami steso al piede. Oh mi fiorisse or quell'etade e la mia forza intégra! Per certo Ettorre troverìa qui tosto chi gli risponda. E voi del campo acheo i più forti, i più degni, ad incontrarlo voi non andrete con allegro petto? Tacque: e rizzârsi subitani in piedi nove guerrieri. Si rizzò primiero il re de' prodi Agamennón; rizzossi dopo lui Dïomede, indi ambedue gl'impetuosi Aiaci; indi, col fido Merïon bellicoso, Idomenèo; e poscia d'Evemon l'inclito figlio Eurìpilo, e Toante Andremonìde, e il saggio Ulisse finalmente. Ognuno chiese il certame coll'eroe troiano.
Disse allora il buon veglio: Arbitra sia della scelta la sorta, e sia l'eletto, salvo tornando dall'ardente agone, degli Achei la salute e di sé stesso. Segna a quel detto ognun sua sorte: e dentro l'elmo la gitta del maggior Atride. La turba intanto supplicante ai numi sollevava le palme; e con gli sguardi fissi nel cielo udìasi dire: O Giove, fa che la sorte il Telamònio Aiace nomi, o il Tidìde, o di Micene il sire. Così pregava; e il cavalier Nestorre agitava le sorti: ed ecco uscirne quella che tutti desïâr. La prese, e a dritta e a manca ai prenci achivi in giro la mostrava l'araldo, e nullo ancora la conoscea per sua. Ma come, andando dall'uno all'altro, il banditor pervenne al Telamònio Aiace e gliela porse, riconobbe l'eroe lieto il suo segno, e gittatolo in mezzo, Amici, è mia, gridò, la sorte, e ne gioisce il core, che su l'illustre Ettòr spera la palma. Voi, mentre l'arma io vesto, al sommo Giove supplicate in silenzio, onde non sia dai teucri orecchi il vostro prego udito; o supplicate ad alta voce ancora, se sì vi piace, ché nessuno io temo, né guerriero v'avrà che mio malgrado di me trionfi, né per fallo mio. Sì rozzo in guerra non lasciommi, io spero, la marzïal palestra in Salamina, né il chiaro sangue di che nato io sono. Disse; e gli Achivi alzâr gli sguardi al cielo, e a Giove supplicâr con questi accenti: Saturnio padre, che dall'Ida imperi massimo, augusto! vincitor deh rendi e glorioso Aiace; o se pur anco t'è caro Ettorre e lo proteggi, almeno forza ad entrambi e gloria ugual concedi. Di splendid'armi frettoloso intanto Aiace si vestiva: e poiché tutte l'ebbe assunte dintorno alla persona, concitato avvïossi, a camminava quale incede il gran Marte allor che scende tra fiere genti stimolate all'armi dallo sdegno di Giove, e dall'insana roditrice dell'alme émpia Contesa. Tale si mosse degli Achei trinciera lo smisurato Aiace, sorridendo con terribile piglio, e misurava a vasti passi il suol, l'asta crollando
che lunga sul terren l'ombra spandea. Di letizia esultavano gli Achivi a riguardarlo; ma per l'ossa ai Teucri corse subito un gelo. Palpitonne lo stesso Ettòr; ma né schivar per tema il fier cimento, né tra' suoi ritrarsi più non gli lice, ché fu sua la sfida. E già gli è sopra Aiace coll'immenso pavese che parea mobile torre; opra di Tichio, d'Ila abitatore, prestantissimo fabbro, che di sette costruito l'avea ben salde e grosse cuoia di tauro, e indóttavi di sopra una falda d'acciar. Con questo al petto enorme scudo il Telamònio eroe féssi avanti al Troiano, e minaccioso mosse queste parole: Ettore, or chiaro saprai da solo a sol quai prodi ancora rimangono agli Achei dopo il Pelìde cuor di lïone e rompitor di schiere. Irato coll'Atride egli alle navi neghittoso si sta; ma noi siam tali, che non temiamo lo tuo scontro, e molti. Comincia or tu la pugna, e tira il primo. Nobile prence Telamònio Aiace, rispose Ettorre, a che mi tenti, e parli come a imbelle fanciullo o femminetta cui dell'armi il mestiero è pellegrino? E anch'io trattar so il ferro e dar la morte, e a dritta e a manca anch'io girar lo scudo, e infaticato sostener l'attacco, e a piè fermo danzar nel sanguinoso ballo di Marte, o d'un salto sul cocchio lanciarmi, e concitar nella battaglia i veloci destrier. Né già vogl'io un tuo pari ferire insidïoso, ma discoperto, se arrivar ti posso. Ciò detto, bilanciò colla man forte la lunga lancia, e saettò d'Aiace il settemplice scudo. Furïosa la punta trapassò la ferrea falda che di fuor lo copriva, e via scorrendo squarciò sei giri del bovin tessuto, e al settimo fermossi. Allor secondo trasse Aiace, e colpì di Priamo il figlio nella rotonda targa. Traforolla il frassino veloce, e nell'usbergo sì addentro si ficcò, che presso al lombo lacerògli la tunica. Piegossi Ettore a tempo, ed evitò la morte. Ricovrò l'uno e l'altro il proprio telo, e all'assalto tornâr come per fame
fieri leoni, o per vigor tremendi arruffati cinghiali alla montagna. Di nuovo Ettorre coll'acuto cerro colpì, lo scudo ostil, ma senza offesa, ch'ivi la punta si curvò: di nuovo trasse Aiace il suo telo, ed alla penna dello scudo ferendo, a parte a parte lo trapassò, gli punse il collo, e vivo sangue spiccionne. Né per ciò l'attacco lasciò l'audace Ettorre. Era nel campo un negro ed aspro enorme sasso: a questo diè di piglio il Troiano, e contra il Greco lo fulminò. Percosse il duro scoglio il colmo dello scudo, e orribilmente ne rimbombò la ferrea piastra intorno. Seguì l'esempio il gran Telamonìde, ed afferrato e sollevato ei pure un altro più d'assai rude macigno, con forza immensa lo rotò, lo spinse contra il nemico. Il molar sasso infranse l'ettoreo scudo, e di tal colpo offese lui nel ginocchio, che riverso ei cadde con lo scudo sul petto: ma rizzollo immantinente di Latona il figlio. E qui tratte le spade i due campioni più da vicino si ferìan, se ratti, messaggieri di Giove e de' mortali, non accorrean gli araldi, il teucro Idèo, e l'achivo Taltìbio, ambo lodati di prudente consiglio. Entrâr costoro con securtade in mezzo ai combattenti, ed interposto fra le nude spade il pacifico scettro, il saggio Idèo così primiero favellò: Cessate, diletti figli, la battaglia. Entrambi siete cari al gran Giove, entrambi (e chiaro ognun sel vede) acerrimi guerrieri: ma la notte discende, e giova, o figli, alla notte obbedir. - Dimandi Ettorre questa tregua, rispose il fiero Aiace: primo ei tutti sfidonne, e primo ei chiegga. Ritirerommi, se l'esempio ei porga. E l'illustre rival tosto riprese: Aiace, i numi ti largîr cortesi pari alla forza ed al valore il senno, e nel valor tu vinci ogni altro Acheo. Abbian riposo le nostr'armi, e cessi la tenzon. Pugneremo altra fïata finché la Parca ne divida, e intera all'uno o all'altro la vittoria doni. Or la notte già cade, e della notte romper non dêssi la ragion. Tu riedi
dunque alle navi a rallegrar gli Achivi, i congiunti, gli amici. Io nella sacra città rïentro a serenar de' Teucri le meste fronti e le dardanie donne, che in lunghi pepli avvolte appiè dell'are per me si stanno a supplicar. Ma pria di dipartirci, un mutuo dono attesti la nostra stima: e gli Achei poscia e i Teucri diran: Costoro duellâr coll'ira di fier nemici, e separârsi amici. Così dicendo, la sua propria spada gli presentò d'argentei chiovi adorna con fulgida vagina ed un pendaglio di leggiadro lavoro; Aiace a lui il risplendente suo purpureo cinto. Così divisi, agli Achei l'uno, ai Teucri l'altro avvïossi. Esilarârsi i Teucri, vivo il lor duce ritornar veggendo dalla forza scampato e dall'invitte mani d'Aiace; e trepidanti ancora del passato periglio alla cittade l'accompagnaro. Dall'opposta parte della palma superbo il lor campione guidâr gli Achivi al padiglion d'Atride, che per tutti onorar tosto al Tonante un bue quinquenne in sacrificio offerse. Lo scuoiâr, lo spaccâr, lo fêro in brani acconciamente, e negli spiedi infisso l'abbrustolâr con molta cura, e tolto il tutto al foco, l'apprestâr sul desco, e banchettando ne cibò ciascuno a pien talento. Ma l'immenso tergo del sacro bue donollo Agamennóne d'onore in segno al vincitor guerriero. Del cibarsi e del ber spento il desìo, il buon veglio Nestorre, di cui sempre ottimo uscìa l'avviso, in questo dire svolse il suo senno: Atride e duci achei, questo giorno fatal la vita estinse di molti prodi, del cui sangue rossa fe' l'aspro Marte la scamandria riva, e all'Orco ne passâr l'ombre insepolte. Al nuovo sole le nostr'armi adunque si restino tranquille, e noi sul campo convenendo, imporrem le salme esangui su le carrette, e muli oprando e buoi, qui ne faremo il pio trasporto, e al rogo le darem lungi dalle navi alquanto, onde al nostro tornar nel patrio suolo le ceneri portarne ai mesti figli. E dintorno alla pira una comune tomba ergeremo, e di muraglia e d'alte
torri, a difesa delle navi e nostra, con rapido lavor la cingeremo, e salde vi apriremo e larghe porte per l'egresso de' cocchi. Indi un'esterna profonda fossa scaverem che tutta circondi la muraglia, e de' cavalli l'impeto affreni e de' pedon, se mai de' Teucri irrompa l'orgoglioso ardire. Disse, e tutti annuiro i prenci achei. Di Prïamo alle soglie in questo mentre su l'alta iliaca rocca i Teucri anch'essi tenean confusa e trepida consulta. Primo il saggio Antenòr sì prese a dire: Dardanidi, Troiani, e voi venuti in sussidio di Troia, i sensi udite che il cor mi porge. Rendasi agli Atridi con tutto il suo tesor l'argiva Elèna. Vïolammo noi soli il giuramento, e quindi inique le nostr'armi sono. Se non si rende, non avrem che danno. Così detto, s'assise. E surto in piedi il bel marito della bella Argiva così Pari rispose: Al cor m'è grave, Antenore, il tuo detto, e so che porti una miglior sentenza in tuo segreto. Ché se parli davver, davvero i numi ti han tolto il senno. Ma ben io qui schietti i miei sensi aprirò. La donna io mai non renderò, giammai. Quanto alle ricche spoglie che d'Argo a queste rive addussi, tutte render le voglio, ed altre ancora aggiungeronne di mio proprio dritto. Tacque, e sul seggio si raccolse. Allora in sembianza d'un Dio levossi in mezzo il Dardanide Prïamo, ed, Udite, Teucri, ei disse, e alleati, il mio pensiero, quale il cor lo significa. Pel campo del consueto cibo si ristauri ognuno, e attenda alla sua scolta, e vegli. Col nuovo sole alle nemiche navi Idèo sen vada, e ad ambedue gli Atridi di Paride, cagion della contesa, riferisca la mente, e una discreta proposta aggiunga di cessar la guerra, finché il rogo consunte abbia le morte salme de' nostri, per pugnar di poi finché la Parca ne spartisca, e agli uni conceda o agli altri la vittoria intégra. Tutti assentiro riverenti al detto: indi pel campo procurâr le cene in divisi drappelli. Il dì novello alle navi s'avvìa l'araldo Idèo,
e raccolti ritrova a parlamento i bellicosi Achei davanti all'alta agamennònia poppa. Appresentossi tosto il canoro banditore, e disse: Atridi e duci achei, mi diè comando Priamo e di Troia gli ottimati insieme di sporvi, se vi fia grato l'udirla, di Paride, cagion di questa guerra, una proferta. Le ricchezze tutte ch'ei d'Argo addusse (oh pria perito ei fosse!) ei tutte le vi rende, ed altre ancora di sua ragion n'aggiungerà. Ma quanto alla gentil tua donna, o Menelao, di questa ei niega il rendimento, e indarno l'esortano i Troiani. E un'altra io reco di lor proposta: Se quetar vi piaccia della guerra il furor, finché de' morti
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