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Omero - traduzione di Vincenzo Monti
Già spiegava l'aurora il croceo velo sul volto della terra, e co' Celesti su l'alto Olimpo il folgorante Giove tenea consiglio. Ei parla, e riverenti stansi gli Eterni ad ascoltar: M'udite tutti, ed abbiate il mio voler palese; e nessuno di voi né Dio né Diva di frangere s'ardisca il mio decreto, ma tutti insieme il secondate, ond'io l'opra, che penso, a presto fin conduca. Qualunque degli Dei vedrò furtivo partir dal cielo, e scendere a soccorso de' Troiani o de' Greci, egli all'Olimpo di turpe piaga tornerassi offeso; o l'afferrando di mia mano io stesso, nel Tartaro remoto e tenebroso lo gitterò, voragine profonda che di bronzo ha la soglia e ferree porte, e tanto in giù nell'Orco s'inabissa, quanto va lungi dalla terra il cielo. Allor saprà che degli Dei son io il più possente. E vuolsene la prova? D'oro al cielo appendete una catena, e tutti a questa v'attaccate, o Divi e voi Dive, e traete. E non per questo dal ciel trarrete in terra il sommo Giove, supremo senno, né pur tutte oprando le vostre posse. Ma ben io, se il voglio, la trarrò colla terra e il mar sospeso: indi alla vetta dell'immoto Olimpo annoderò la gran catena, ed alto tutte da quella penderan le cose. Cotanto il mio poter vince de' numi le forze e de' mortai. - Qui tacque, e tutti dal minaccioso ragionar percossi ammutolîr gli Dei. Ruppe Minerva finalmente il silenzio, e così disse: Padre e re de' Celesti, e noi pur anco sappiam che invitta è la tua gran possanza. Ma nondimen de' bellicosi Achei pietà ne prende, che di fato iniquo son vicini a perir. Noi dalla pugna, se tu il comandi, ci terrem lontani; ma non vietar che di consiglio almeno sien giovati gli Achivi, onde non tutti cadan nell'ira tua disfatti e morti. Con un sorriso le rispose il sommo de' nembi adunator: Conforta il core, diletta figlia; favellai severo, ma vo' teco esser mite. - E così detto, gli orocriniti eripedi cavalli come vento veloci al carro aggioga:
al divin corpo induce una lorica tutta d'auro, e alla man data una sferza pur d'auro intesta e di gentil lavoro, monta il cocchio, e flagella a tutto corso i corridori che volâr bramosi infra la terra e lo stellato Olimpo. Tosto all'Ida, di belve e di rigosi fonti altrice, arrivò su l'ardua cima del Gargaro, ove sacro a lui frondeggia un bosco, e fuma un odorato altare. Qui degli uomini il padre e degli Dei rattenne e dal timon sciolse i cavalli, e di nebbia gli avvolse. Indi s'assise esultante di gloria in su la vetta di là lo sguardo a Troia rivolgendo ed alle navi degli Achei, che preso per le tende alla presta un parco cibo armavansi. Ed all'armi anch'essi i Teucri per la città correan; né gli sgomenta il numero minor, ché per le spose e pe' figli a pugnar pronti li rende necessità. Spalancansi le porte: erompono pedoni e cavalieri con immenso tumulto, e giunti a fronte, scudi a scudi, aste ad aste e petti a petti oppongono, e di targhe odi e d'usberghi un fiero cozzo, ed un fragor di pugna che rinforza più sempre. De' cadenti l'urlo si mesce coll'orribil vanto de' vincitori, e il suol sangue correa. Dall'ora che le porte apre al mattino fino al merigge, d'ambedue le parti durò la strage con egual fortuna. Ma quando ascese a mezzo cielo il sole, alto spiegò l'onnipossente Iddio l'auree bilance, e due diversi fati di sonnifera morte entro vi pose, il troiano e l'acheo. Le prese in mezzo, le librò, sollevolle, e degli Achivi il fato dechinò, che traboccando percosse in terra, e balzò l'altro al cielo. Tonò tremendo allor Giove dall'Ida, e un infocato fulmine nel campo avventò degli Achei, che stupefatti a quella vista impallidîr di tema. Né Idomenèo né il grande Agamennóne, né gli Aiaci, ambedue lampi di Marte, fermi al lor posto rimaner fur osi. Solo il Gerenio, degli Achei tutela, Nestore vi restò, ma suo mal grado ché un destrier l'impedìa, cui di saetta d'Elena bella l'avvenente drudo
nella fronte ferì laddove spunta nel teschio de' cavalli il primo crine, ed è letale il loco alle ferite. Inalberossi il corridor trafitto, ché nel cerèbro entrata era la freccia, e dintorno alla rota per l'acuto dolor si voltolando, in iscompiglio mettea gli altri cavalli. Or mentre il vecchio gli si fa sopra colla daga, e tenta tagliarne le tirelle, ecco veloci fra la calca e il ferir de' combattenti sopraggiungere d'Ettore i destrieri, superbi di portar sì grande auriga. E qui perduta il veglio avrìa la vita, se del rischio di lui non s'accorgea l'invitto Dïomede. Un grido orrendo di pugna eccitator mise l'eroe alla volta d'Ulisse: Ah dove immemore di tua stirpe divina, dove fuggi, astuto figlio di Laerte, e volgi, come un codardo della turba, il tergo? Bada che alcun le fuggitive spalle non ti giunga coll'asta. Agl'inimici volta la fronte, ed a salvar vien meco dal furor di quel fiero il vecchio amico. Quelle grida non ode, e ratto in salvo fugge Ulisse alle navi. Allor rimasto solo il Tidìde, si sospinse in mezzo ai guerrier della fronte, avanti al cocchio di Nestore piantossi, e lui chiamando veloci gli drizzò queste parole: Troppo feroce gioventù nemica ti sta contra, o buon vecchio, e infermi troppo sono i tuoi polsi: hai grave d'anni il dorso, hai debole l'auriga e i corridori. Monta il mio cocchio, e la virtù vedrai dei cavalli di Troe, che dianzi io tolsi d'Anchise al figlio, a maraviglia sperti a fuggir ratti in campo e ad inseguire. Lascia cotesti agli scudieri in cura, drizziam questi ne' Teucri, e vegga Ettorre s'anco in mia man la lancia è furibonda. Disse: né il veglio ricusò l'invito. Di Stènelo e del buon Eurimedonte, valorosi scudieri, egli al governo cesse le sue puledre, e tosto il cocchio del Tidìde salito, in man si tolse le bellissime briglie, e col flagello i corsieri percosse. In un baleno giunser d'Ettore a fronte, che diritto lor d'incontro venìa con gran tempesta. Trasse la lancia Dïomede, e il colpo
errò; ma su le poppe in mezzo al petto colpì l'auriga Enïopèo, figliuolo dell'inclito Tebèo. Cade il trafitto giù tra le rote colle briglie in pugno: s'arretrano i destrieri, e in quello stato perde ogni forza l'infelice, e spira. Del morto auriga addolorossi Ettorre, e mesto di lasciar quivi il compagno nella polve disteso, un altro audace alla guida del carro iva cercando: né di rettor gran tempo ebber bisogno i suoi destrieri, ché gli occorse all'uopo l'animoso Archepòlemo d'Ifito, cui sul carro montar fa senza indugio, e gli abbandona nella man le briglie. Immensa strage allora e fatti orrendi fôran d'arme seguìti, e come agnelli stati in Ilio sarìan racchiusi i Teucri, se de' Celesti il padre e de' mortali tosto di ciò non s'accorgea. Tonando con gran fragore un fulmine rovente vibrò nel campo il nume, e il fece in terra guizzar di Dïomede innanzi al cocchio: e subita n'uscìa d'ardente zolfo una terribil vampa. Spaventati costernansi i destrier, scappan di mano a Nestore le briglie; onde al Tidìde rivoltosi tremante; Ah piega, ei grida, piega indietro i cavalli, o Dïomede, fuggiam: nol vedi? contro noi combatte Giove irato, e a costui tutto dar vuole di presente l'onor della battaglia. Darallo, se gli piace, un'altra volta a noi pur: ma di Giove oltrapossente il supremo voler forza non pate. Tutto ben parli, o vecchio, gli rispose l'imperturbato eroe; ma il cor mi crucia la dolorosa idea ch'Ettore un giorno fra' Troiani dirà gonfio d'orgoglio: Io fugai Dïomede, io lo costrinsi a scampar nelle navi. - Ei questo vanto menerà certo, e a me si fenda allora sotto i piedi la terra, e mi divori. E Nestore ripiglia: Ah che dicesti, valoroso Tidìde? E quando avvegna che un codardo, un imbelle Ettor ti chiami, i Troiani non già sel crederanno, né le troiane spose, a cui nell'atra polve stendesti i floridi mariti. Disse; e addietro girò tosto i cavalli tra la calca fuggendo. Ettore e i Teucri con urli orrendi li seguiro, e un nembo
piovean su lor d'acerbi strali, ed alto gridar s'udiva de' Troiani il duce: I cavalieri argivi, o Dïomede, e di seggio e di tazze e di vivande te finora onorâr su gli altri a mensa; ma deriso or n'andrai, che un cor palesi di femminetta. Via di qua, fanciulla; non salirai tu, no, fin ch'io respiro, d'Ilio le torri, né trarrai cattive le nostre mogli nelle navi, e morto per la mia destra giacerai tu pria. Stettesi in forse a quel parlar l'eroe di dar volta ai cavalli, e d'affrontarlo. Ben tre volte nel core e nella mente gliene corse il desìo, tre volte Giove rimormorò dall'Ida, e fe' securi della vittoria con quel segno i Teucri. Con orribile grido Ettore allora animando le schiere: O Licii, o Dardani, o Troiani, dicea, prodi compagni, mostratevi valenti, e fuor mettete le generose forze. Io non m'inganno, Giove è propizio; di vittoria a noi e d'esizio a' nemici ei diede il segno. Stolti! che questo alzâr debile muro, troppo al nostro valor frale ritegno. Quella lor fossa varcheran d'un salto i miei cavalli; e quando emerso a vista io sarò delle navi, allor le faci ministrarmi qualcun si risovvegna, ond'io que' legni incenda, e fra le vampe sbalorditi dal fumo i Greci uccida. Poi conforta i destrieri, e sì lor parla: Xanto, Podargo, Etón, Lampo divino, mercé del largo cibo or mi rendete, che dell'illustre Eezïon la figlia Andromaca vi porge, il dolce io dico frumento, e l'alma di Lïeo bevanda, ch'ella a voi mesce desïosi, a voi pria che a me stesso che pur suo mi vanto giovine sposo. Or via, volate; andiamo alla conquista del nestòreo scudo di cui va il grido al cielo, e tutto il dice d'auro perfetto, e d'auro anco la guiggia. Poi di dosso trarremo a Dïomede l'usbergo, esimia di Vulcan fatica. Se cotal preda ne riesce, io spero che ratti i Greci su le navi in questa notte medesma salperan dal lido. Del superbo parlar forte sdegnossi l'augusta Giuno, e s'agitò sul trono sì che scosso tremonne il vasto Olimpo.
Quindi rivolte le parole al grande dio Nettunno, sì disse: E sarà vero, possente Enosigèo, che degli Argivi a pietà non ti mova la ruina! Pur son essi che in Elice ed in Ege rècanti offerte graziose e molte. E perché dunque non vorrai tu loro la vittoria bramar? Certo se quanti siam difensori degli Achivi in cielo vorrem de' Teucri rintuzzar l'orgoglio e al Tonante far forza, egli soletto e sconsolato sederà su l'Ida. Oh! che mai parli, temeraria Giuno? le rispose sdegnoso il re Nettunno: non sia, no mai, che col saturnio Giove a cozzar ne sospinga il nostro ardire; rammenta ch'egli è onnipossente, e taci. Mentre seguìan tra lor queste parole, quanto intervallo dalle navi al muro la fossa comprendea, tutto era denso di cavalli, di cocchi e di guerrieri ivi dal fiero Ettòr serrati e chiusi, che simigliante al rapido Gradivo infuriava col favor di Giove. E ben le navi avrìa messe in faville, se l'alma Giuno in cor d'Agamennóne il pensier non ponea di girne attorno ratto egli stesso a incoraggiar gli Achivi. Per le tende egli dunque e per le navi sollecito correa, raccolto il grande purpureo manto nel robusto pugno: e cotal su la negra capitana d'Ulisse si fermò, che vasta il mezzo dell'armata tenea, donde distinta d'ogni parte mandar potea la voce fin d'Aiace e d'Achille al padiglione, che l'eguali lor prore ai lati estremi, nel valor delle braccia ambo securi, avean dedotte all'arenoso lido. Di là fec'egli rimbombar sul campo quest'alto grido: Svergognati Achivi, vitupèri nell'opre e sol d'aspetto maravigliosi! dove dunque andaro gli alteri vanti che menammo un giorno di prodezza e di forza? In Lenno queste fur le vostre burbanze allor che l'epa v'empiean le polpe de' giovenchi uccisi, e le ricolme tazze inghirlandate si venìan tracannando, e si dicea che un sol per cento e per dugento Teucri, un sol Greco valea nella battaglia. Ed or tutti ne fuga un solo Ettorre,
che ben tosto farà di queste navi cenere e fumo. O Giove padre, e quale altro mai re di tanti danni afflitto, di tanto disonor carco volesti? Pur io so ben, che quando a questo lido il perverso destin mi conducea, giammai veruno de' tuoi santi altari navigando lasciai sprezzato indietro; ma l'adipe a te sempre e i miglior fianchi de' giovenchi abbruciai sovra ciascuno, bramoso d'atterrar l'iliache mura. Deh almen n'adempi questo voto, almeno danne, o Giove, uno scampo colla fuga, né per le mani del crudel Troiano consentir degli Achivi un tanto scempio. Così dicea piangendo. Ebbe pietade di sue lagrime il nume, e ad accennargli che non tutto il suo campo andrìa disfatto, il più sicuro de' volanti augurio un'aquila spedì che negli unghioni tolto al covil della veloce madre un cerbiatto stringendo, accanto all'ara, ove l'ostie svenar solean gli Achivi al fatidico Giove, dall'artiglio cader lasciò la palpitante preda. Gli Achei veduto il sacro augel, cui spinto conobbero da Giove, ad affrontarsi più coraggiosi ritornâr co' Teucri, e rinfrescâr la pugna. Allor nessuno pria del Tidìde fra cotanti Argivi vanto si diede d'agitar pel campo i veloci corsieri, ed oltre il fosso cacciarli ed azzuffarsi. Egli primiero anzi a tutti si spinse, e a prima giunta Agelao di Fradmon tolse di mezzo uom troiano. Costui piegàti in fuga i suoi destrieri avea. Coll'asta il tergo gli raggiunse il Tidìde, gliela fisse tra gli omeri, e passar la fece al petto. Cadde Agelao dal carro, e cupamente l'armi sovr'esso rintonâr. Secondo Agamennón si mosse, indi il fratello, indi gli Aiaci impetuosi, e poi Idomenèo con esso il suo scudiero Merïon che di Marte avea l'aspetto; poi d'Evemon l'illustre figlio Eurìpilo, ed ultimo giungea Teucro del curvo elastic'arco tenditor famoso. D'Aiace Telamònio egli locossi dietro lo scudo, e dello scudo Aiace gli antepose la mole. Ivi securo l'eroe guatava intorno, e quando avea
saettato nel denso un inimico, quegli cadendo perdea l'alma, e questi, come fanciullo della madre al manto, ricovrava al fratel che alla grand'ombra dello splendido scudo il proteggea. Or dall'egregio arcier chi de' Troiani fu primo ucciso? Primamente Orsìloco, indi Ormeno e Ofeleste: a questi aggiunse Detore e Cromio, e per divin sembiante Licofonte lodato, e Amopaone Poliemonìde, e Melanippo, tutti l'un dopo l'altro nella polve stesi. Gioiva il re de' regi Agamennóne mirandolo dall'arco vigoroso lanciar la morte fra' nemici, e a lui vicin venuto soffermossi, e disse: Diletto capo Telamònio Teucro, siegui l'arco a scoccar, porta, se puoi, a' Dànai un raggio di salute, e onora il tuo buon padre Telamon che un giorno ti raccolse fanciullo, e benché frutto di non giusto imeneo, pur con pietoso tenero affetto in sua magion ti crebbe. Or tu fa ch'egli salga in alta fama, sebben lontano. Ti prometto io poi (e sacra tieni la promessa mia) che se Giove e Minerva mi daranno d'Ilio il conquisto, tu primier t'avrai il premio, dopo me, de' forti onore, ed in tua man porrollo io stesso, un tripode, o due cavalli ad un bel cocchio aggiunti, o di vaghe sembianze una fanciulla che teco il letto e l'amor tuo divida. E Teucro gli rispose: Illustre Atride, a che mi sproni, per me stesso assai già fervido e corrente? Io non rimango di far qui tutto il mio poter. Dal punto che verso la città li respingemmo, mi sto coll'arco ad aspettar costoro, e li trafiggo. E già ben otto acuti dardi dal nervo liberai, che tutti profondamente si ficcâr nel corpo di giovani guerrieri, e non ancora ferir m'è dato questo can rabbioso. Disse; e di nuovo fe' volar dall'arco contr'Ettore uno strale. Al colpo tutta ei l'anima diresse, e nondimeno fallì la freccia, ché l'accolse in petto di Prïamo un valente esimio figlio Gorgizïon, cui d'Esima condotta partorì la gentil Castïanira, che una Diva parea nella persona.
Come carco talor del proprio frutto, e di troppa rugiada a primavera il papaver nell'orto il capo abbassa, così la testa dell'elmo gravata su la spalla chinò quell'infelice. E Teucro dalla corda ecco sprigiona alla volta d'Ettorre altra saetta, più che mai del suo sangue sitibondo. E pur di nuovo uscì lo strale in fallo, ché Apollo il devïò, ma colse al petto d'Ettòr l'audace bellicoso auriga Archepòlemo presso alla mammella. Cadde ei rovescio giù dal cocchio, addietro si piegaro i cavalli, e quivi a lui il cor ghiacciossi, e l'anima si sciolse. Di quella morte gravemente afflitto il teucro duce, e di lasciar costretto, mal suo grado, l'amico, a Cebrïone di lui fratello che il seguìa, fe' cenno di dar mano alle briglie. Ad obbedirlo Cebrïon non fu lento; ed ei d'un salto dallo splendido cocchio al suol disceso con terribile grido un sasso afferra, a Teucro s'addirizza, e di ferirlo l'infiammava il desìo. Teucro in quel punto traeva un altro doloroso telo dalla faretra, e lo ponea sul nervo. Mentre alla spalla lo ritragge in fretta, e l'inimico adocchia, il sopraggiunge crollando l'elmo Ettorre, e dove il collo s'innesta al petto ed è letale il sito, coll'aspro sasso il coglie, e rotto il nervo gl'intorpidisce il braccio. Dalle dita l'arco gli fugge, e sul ginocchio ei casca. Il caduto fratello in abbandono Aiace non lasciò, ma ratto accorse, e col proteso scudo il ricoprìa, finché lo si recâr sovra le spalle due suoi cari compagni, Mecistèo d'Echìo figliuolo, e il nobile Alastorre, e alle navi il portâr che gravemente sospirava e gemea. Ne' Teucri allora di nuovo suscitò l'Olimpio Giove tal forza e lena, che al profondo fosso dirittamente ricacciâr gli Achei. Iva Ettorre alla testa, e dalle truci sue pupille mettea lampi e paura. Qual fiero alano che ne' presti piedi confidando, un cinghial da tergo assalta, od un lïone, e al suo voltarsi attento or le cluni gli addenta, ora la coscia; così gli Achivi insegue Ettorre, e sempre
uccidendo il postremo li disperde. Ma poiché l'alto fosso ed il palizzo ebber varcato i fuggitivi, e molti il troiano valor n'avea già spenti, giunti alle navi si fermaro, e insieme mettendosi coraggio, e a tutti i numi sollevando le man spingea ciascuno con alta voce le preghiere al cielo. Signor del campo d'ogni parte intanto agitava i destrieri il grande Ettorre di bel crine superbi, e rotar bieco le luci si vedea come il Gorgóne, o come Marte che nel sangue esulta. Impietosita degli Achei la bianca Giuno a Minerva si rivolse, e disse: Invitta figlia dell'Egìoco Giove, dunque, ohimè! non vorremo aver più nullo pensier de' Greci già cadenti, almeno nell'estremo lor punto? Eccoli tutti l'empio lor fato a consumar vicini per l'impeto d'un sol, del fiero Ettorre che in suo furore intollerando omai passa ogni modo, e ne fa troppe offese! A cui la Diva dalle glauche luci Minerva rispondea: Certo perduta avrìa costui la furia e l'alma ancora, a giacer posto nella patria terra dal valor degli Achei; ma quel mio padre di sdegnosi pensier calda ha la mente, sempre avverso, e de' miei forti disegni acerbo correttor; né si rimembra quante volte servar gli seppi il figlio dai duri d'Euristèo comandi oppresso. Ei lagrimava lamentoso al cielo, e me dal cielo allora ad aïtarlo Giove spediva. Ma se il cor prudente detto m'avesse le presenti cose, quando alle ferree porte il suo tiranno l'invïò dell'Averno a trar dal negro Erebo il can dell'abborrito Pluto, ei, no, scampato non avrìa di Stige la profonda fiumana. Or m'odia il padre, e di Teti adempir cerca le brame, che lusinghiera gli baciò il ginocchio, e accarezzògli colla destra il mento, d'onorar supplicandolo il Pelìde delle cittadi atterrator. Ma tempo, sì, verrà tempo che la sua diletta Glaucòpide a chiamarmi egli ritorni. Or tu vanne, ed il carro m'apparecchia co' veloci cornipedi, ché tosto io ne vo dentro alle paterne stanze,
e dell'armi mi vesto per la pugna. Vedrem se questo Ettòr, che sì superbo crolla il cimiero, riderà quand'io nel folto apparirò della battaglia. Qualcun per certo de' Troiani ancora presso le navi achee satolli e pingui di sue polpe farà cani ed augelli. Disse; né Giuno ricusò, ma corse ai divini cavalli, e d'auree barde in fretta li guarnìa, Giuno la figlia del gran Saturno, veneranda Diva. D'altra parte Minerva il rabescato suo bellissimo peplo, delle stesse immortali sue dita opra stupenda, sul pavimento dell'Egìoco padre lasciò cader diffuso; ed indossando del nimbifero Giove il grande usbergo, tutta s'armava a lagrimosa pugna. Sul rilucente cocchio indi salita impugnò la pesante e poderosa gran lancia, ond'ella, allor che monta in ira, di forte genitor figlia tremenda, le schiere degli eroi rovescia e doma. Stimolava Giunon velocemente colla sferza i destrieri, e tosto fûro alle celesti soglie, a cui custodi vegliano l'Ore che il maggior de' cieli hanno in cura e l'Olimpo, onde sgombrarlo o circondarlo della sacra nube. Cigolando s'aprîr per sé medesme l'eteree porte, e docili al flagello spinser per queste i corridor le Dive. Come Giove dal Gàrgaro le vide, forte sdegnossi, ed Iri a sé chiamando ali-dorata Dea, Vola, le disse, Iri veloce, le rivolgi indietro, e lor divieta il venir oltre meco ad inegual cimento. Io lo protesto, e il fatto seguirà le mie parole, io loro fiaccherò sotto la biga i corridori, e dall'infranto cocchio balzerò le superbe, e delle piaghe che loro impresse lascerà il mio telo, né pur due lustri salderanno il solco. Saprà Minerva allor qual sia stoltezza il cimentarsi col suo padre in guerra. Quanto a Giunon, m'è forza esser con ella meno irato: gli è questo il suo costume di sempre attraversarmi ogni disegno. Disse; ed Iri a portar l'alto messaggio mosse veloce al par delle procelle; ed ascesa dall'Ida al grande Olimpo
di molti gioghi altero, e su le soglie incontrate le Dee, sì le rattenne, e lor di Giove le parole espose: Dove correte? Che furore è questo? Sostate il piè, ché il dar soccorso ai Greci nol vi consente Giove. Le minacce dell'alto figlio di Saturno udite, che fian messe ad effetto. Ei sotto il carro storpieravvi i destrieri, e dall'infranto carro voi stesse balzerà, né dieci anni le piaghe salderan che impresse lasceravvi il suo telo; e tu, Minerva, allor saprai qual sia demenza il farti al tuo padre nemica. Né con Giuno, sempre usata a turbargli ogni disegno, tanto s'adira, ei no, quanto con teco, invereconda audace Dea, che ardisci contra il Tonante sollevar la lancia. Disse, e ratta sparì la messaggiera. Ed a Minerva allor con questi accenti Giuno si volse: Ohimè! più non si parli, figlia di Giove, di pugnar con esso per cagion de' mortali: io nol consento. Di loro altri si muoia, altri si viva, come piace alla sorte; e Giove intanto, come dispon suo senno e sua giustizia, fra i Troiani e gli Achei tempri il destino. Sì dicendo la Dea ritorse indietro i criniti destrieri, e l'Ore ancelle li distaccâr dal giogo, e li legaro ai nettarei presepi, ed il bel cocchio appoggiaro alla lucida parete. Si raccolser le Dive in aureo seggio con gli altri Dei confuse; e Giove intanto dal Gàrgaro all'Olimpo i corridori e le fulgide ruote alto spingea. Giunto alle case de' Celesti, a lui sciolse i corsieri l'inclito Nettunno, rimesse il cocchio, e lo coprì d'un velo. Giove sul trono si compose e tutto tremò sotto il suo piè l'immenso Olimpo. Ma Minerva e Giunon sole in disparte sedean, né motto né dimanda a Giove ardìan veruna indirizzar. S'avvide de' lor pensieri il nume, e così disse: Perché sì meste, o voi Minerva e Giuno? e' non si par che molto affaticate v'abbia finor la glorïosa pugna in esizio de' Teucri, a cui sì grave odio poneste. E v'è di mente uscito che invitto è il braccio mio? che quanti ha numi il ciel, cangiare il mio voler non ponno?
A voi bensì le delicate membra
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