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Omero - traduzione di Vincenzo Monti
Tutta così qual fiamma arde la pugna. Veloce messaggier correa frattanto Antìloco ad Achille. Anzi all'eccelse sue navi il trova, che nel cor già volge l'accaduto disastro, e nel segreto della grand'alma sospirando, dice: Perché di nuovo, ohimè! verso le navi fuggon gli Achivi con tumulto, e vanno spaventati pel campo? Ah! non mi cómpia l'ira de' numi la crudel sventura che un dì la madre profetò, narrando che, me vivente ancor, de' Mirmidóni il più prode guerrier dai Teucri ucciso del Sol la luce abbandonato avrìa. Ah! certo di Menèzio il forte figlio morì. Infelice! E pur gl'imposi io stesso che risospinta la nemica fiamma ritornasse alle navi, e con Ettorre cimentarsi in battaglia oso non fosse. In questo rio pensier l'aggiunse il figlio di Nestore piangendo, e, Ohimè! gli disse, magnanimo Pelìde; una novella tristissima ti reco, e che nol fosse oh piacesse agli Dei! Giace Patròclo; sul cadavere nudo si combatte; nudo; ché l'armi n'ha rapito Ettorre. Una negra a que' detti il ricoperse nube di duol; con ambedue le pugna la cenere afferrò, giù per la testa la sparse, e tutto ne bruttò il bel volto e la veste odorosa. Ei col gran corpo in grande spazio nella polve steso giacea turbando colle man le chiome e stracciandole a ciocche. Al suo lamento accorsero d'Achille e di Patròclo l'addolorate ancelle, e con alti urli si fêr dintorno al bellicoso eroe percotendosi il seno, e ciascheduna sentìa mancarsi le ginocchia e il core. Dall'altra parte Antìloco pietoso lagrimando dirotto, e di cordoglio spezzato il petto rattenea d'Achille le terribili mani, onde col ferro non si squarciasse per furor la gola. Udì del figlio l'ululato orrendo la veneranda Teti che del mare sedea ne' gorghi al vecchio padre accanto. Mise un gemito, e tutte a lei dintorno si raccolser le Dee, quante ne serra il mar profondo, di Nerèo figliuole Glauce, Talìa, Cimòdoce, Nesea e Spio vezzosa e Toe ed Alie bella
per bovine pupille, e la gentile Cimòtoe ed Attea: quindi Melìte e Limnòria e Anfitòe, Jera ed Agave, Doto, Proto, Ferusa e Dinamena e Desamena ed Amfinòma e seco Callïanìra e Dori e Panopea, e sovra tutte Galatea famosa; v'era Apseude e Nemerte e con Janira Callïanassa ed Ïanassa; alfine l'alma Climene, e Mera ed Oritìa ed Amatea dall'auree trecce, ed altre Nerëidi dell'onda abitatrici. Tutto di lor fu pieno in un momento il cristallino speco, e tutte insieme batteansi il petto, allorché Teti in mezzo tal diè principio al lamentar: Sorelle, m'udite, e quanto è il mio dolor vedete. Ohimè misera! ohimè madre infelice di fortissima prole! Io generai un valoroso incomparabil figlio, il più prestante degli eroi: lo crebbi, lo coltivai siccome pianta eletta in fertile terren: poscia ne' campi d'Ilio lo spinsi su le navi io stessa a pugnar co' Troiani. Ahi che m'è tolto l'abbracciarlo tornato alla paterna reggia! e finch'egli all'amor mio pur vive, fin che gli è dato di fruir la luce, di tristezza si pasce; ed io, comunque a lui mi rechi, sovvenir nol posso. Nondimeno v'andrò, del caro figlio vedrò l'aspetto, e intenderò qual duolo dalla guerra lontano il cor gl'ingombra. Uscì, ciò detto, dallo speco, e quelle piangendo la seguîr: l' onda ai lor passi riverente s'aprìa. Come di Troia attinsero le rive, in lunga fila emersero sul lido ove frequenti le mirmidònie antenne in ordinanza facean selva e corona al grande Achille. A lui che in gravi si struggea sospiri la diva madre s'appressò, proruppe in acuti ululati, ed abbracciando l'amato capo, e lagrimando, disse: Figlio, che piangi? Che dolore è questo? Nol mi celar, deh parla. A compimento mandò pur Giove il tuo pregar: gli Achivi son pur, siccome supplicasti, astretti ripararsi alle navi, e del tuo braccio aver mestiero, di sciagure oppressi. Con un forte sospir rispose Achille: O madre mia, ben Giove a me compiacque
ogni preghiera: ma di ciò qual dolce me ne procede, se il diletto amico, se Pàtroclo è già spento? Io lo pregiava sovra tutti i compagni; io di me stesso al par l'amava, ahi lasso! e l'ho perduto. L'uccise Ettorre, e lo spogliò dell'armi, di quelle grandi e belle armi, a vedersi maravigliose, che gli eterni Dei, dono illustre, a Pelèo diero quel giorno che te nel letto d'un mortal locaro. Oh fossi tu dell'Oceàn rimasta fra le divine abitatrici, e stretto Pelèo si fosse a una mortal consorte! Ché d'infinita angoscia il cor trafitto or non avresti pel morir d'un figlio che alle tue braccia nel paterno tetto non tornerà più mai, poiché il dolore né la vita né d'uom più mi consente la presenza soffrir, se prima Ettorre dalla mia lancia non cade trafitto, e di Patròclo non mi paga il fio. Figlio, nol dir (riprese lagrimando la Dea), non dirlo, ché tua morte affretti: dopo quello d'Ettòr pronto è il tuo fato. Lo sia (con forte gemito interruppe l'addolorato eroe), si muoia, e tosto, se giovar mi fu tolto il morto amico. Ahi che lontano dalla patria terra il misero perì, desideroso del mio soccorso nella sua sciagura. Or poiché il fato riveder mi vieta di Ftia le care arene, ed io crudele né Pàtroclo aitai né gli altri amici de' quai molti domò l'ettòrea lancia, ma qui presso le navi inutil peso della terra mi seggo, io fra gli Achei nel travaglio dell'armi il più possente, benché me di parole altri pur vinca, pera nel cor de' numi e de' mortali la discordia fatal, pera lo sdegno ch'anco il più saggio a inferocir costrigne, che dolce più che miel le valorose anime investe come fumo e cresce. Tal si fu l'ira che da te mi venne, Agamennón. Ma su l'andate cose, benché ne frema il cor, l'obblìo si sparga, e l'alme in sen necessità ne domi. Del caro capo l'uccisore Ettorre or si corra a trovar; poi quando a Giove e agli altri Eterni piacerà mia morte, venga pur, ch'io l'accetto. Il forte Alcide, dilettissimo a Giove e suo gran figlio,
Alcide stesso vi soggiacque, domo dalla Parca e dall'aspra ira di Giuno. Così pur io, se fato ugual m'aspetta, estinto giacerò. Questo frattanto tempo è di gloria. Sforzerò qualcuna delle spose di Dardano e di Troe ad asciugar con ambedue le mani giù per le guance delicate il pianto, e a trar dal largo petto alti sospiri. Sappiano alfin che il braccio mio dall'armi abbastanza cessò; né dalla pugna tu, madre, mi svïar, ché indarno il tenti. E a lui la Diva dall'argenteo piede: Giusta, o figlio, è l'impresa e d'onor degna, campar da scempio i travagliati amici. Ma le tue scintillanti armi divine son fra' Troiani, ed Ettore, quel fiero dell'elmo crollator, sen fregia il dosso, e dell'incarco esulta. Ma fia breve, lo spero, il suo gioir, ché negra al fianco già l'incalza la Parca. Or tu di Marte per anco non entrar nel rio tumulto, se tu qua pria venir non mi riveggia. Verrò dimani al raggio mattutino, e recherotti io stessa una forbita bella armatura di Vulcan lavoro. Così detto, dal figlio alle sorelle ripiegò la persona, e, Voi, soggiunse, rïentrate del mar nell'ampio grembo, e del marino genitor canuto rendetevi alle case, e tutto dite che vedeste ed udiste. Al grande Olimpo io salgo a ritrovar l'inclito fabbro Vulcano, e il pregherò che luminose armi stupende al figlio mio conceda. Disse; e quelle del mar tosto nell'onde discesero, e la Dea dal piè d'argento avvïossi all'Olimpo a procacciarne al diletto figliuolo armi divine. Mentr'ella al ciel salìa, con urlo immenso dal sanguinoso Ettòr cacciati in fuga giunser gli Achivi delle navi al vallo e al mugghiante Ellesponto. E non ancora del compagno achillèo la morta spoglia al nembo degli strali avean sottratta gli argolici guerrieri. Un'altra volta fiero assalto le dava una gran serra di cavalli e di fanti, e innanzi a tutti di Prìamo il figlio, l'indefesso Ettorre che una fiamma parea. Tre volte il prode per gli piedi il cadavere afferrando provò di trarlo, e con orrenda voce
i Troiani chiamò: tre volte i due impetuosi e vigorosi Aiaci respinserlo dal morto. E nondimeno saldo e securo in sua fortezza or dentro nella turba ei s'avventa, ed or s'arresta, e con gran voce tuttavia pur grida, né d'un passo s'arretra. E qual di notte vigilanti pastori alla campagna da preso tauro allontanar non ponno affamato lïon; così de' forti Aiaci la virtù da quell'esangue dispiccar non potea l'ardito Ettorre. E l'avrìa tratto alfine e conseguita immensa gloria, s'Iride veloce, a Giove occulta e a ogni altro iddio, dall'alto Olimpo non correa col vento al piede messaggiera ad Achille; e la spedìa, per eccitarlo alla battaglia, il cenno dell'augusta Giunon. Gli parve al fianco improvvisa la Diva, e questi accenti fe' dal labbro volar: Sorgi, Pelìde terribile guerriero, e di Patròclo il cadavere salva. Intorno a lui ferve avanti alle navi orrida pugna con mutue stragi. In sua difesa i Greci fan che puossi: per trarlo in Ilio i Teucri s'avventano di punta. Il fiero Ettorre innanzi a tutti di rapirlo agogna, bramoso di mozzar dal dilicato collo il bel capo, e d'un infame tronco conficcarlo alla cima. Alzati, e pigro più non giacer. Ti tocchi il cor vergogna che de' cani di Troia il tuo diletto debba le sanne trastullar. Se offesa ne riceve la salma, è tuo lo smacco. Rispose Achille: E quale a me de' numi ti manda ambasciatrice, Iri divina? Mi manda, replicò la Dea veloce, Giunon, di Giove glorïosa moglie, né Giove il sa, né verun altro iddio de' sereni d'Olimpo abitatore. Come al campo n'andrò, soggiunse Achille, se in mano di color venner le mie armi: e che d'armi or io mi cinga il vieta la cara madre, se lei pria non veggio da Vulcano tornar, come promise, di leggiadra armatura apportatrice? Di qual altra famosa or mi vestire al bisogno non so, tranne lo scudo dell'egregio figliuol di Telamone. Ma pur egli, mi spero, in questo punto sta combattendo pel mio spento amico.
E a lui di nuovo la taumànzia figlia: Noto è ben anco a noi che le tue belle armi or sono d'altrui. Ma su la fossa anco inerme ti mostra all'inimico. Lascerà spaventato la battaglia solo al vederti, e respirar potranno i travagliati Achei. Salute è spesso nel calor della pugna un sol respiro. Così disse, e disparve. In piedi allora rizzossi Achille amor di Giove, e tutto coll'egida Minerva il ricoperse. D'un'aurea nube gli fasciò la fronte, ed una fiamma dalla nube uscìa, che dintorno accendea l'aria di luce. Siccome quando al ciel s'innalza il fumo d'isolana città, cui d'aspro assedio cinge il nemico: con orrendo marte combattono dal muro i cittadini finché gli alluma il Sol; poi quando annotta, destan fuochi frequenti alle vedette, e al ciel ne sbalza uno splendor che manda ai convicini del periglio il segno, se per sorte venir con pronte antenne volessero in aita: a questo modo dalla testa d'Achille alta alle stelle quella fiamma salìa. Varcato il muro, sul primo margo s'arrestò del fosso, né mischiossi agli Achei, ché della madre al precetto obbedìa. Lì stando, un grido mise, e d'un altro da lontan gli fece eco Minerva, ed un terror ne' Teucri immenso suscitò. Come sonoro d'una tuba talor s'ode lo squillo, quando d'assedio una città serrando armi grida terribile il nemico, così chiara d'Achille era la voce. N'udiro i Teucri il ferreo suono, e a tutti tremaro i petti; si rizzâr sul collo ai destrieri le chiome, e d'alto affanno presaghi addietro rivolgean le bighe. Gli aurighi sbigottîr, vista la fiamma che da Minerva di repente accesa orrenda e lunga su la fronte ardea del magnanimo eroe. Tre volte Achille dalla fossa gridò: tre volte i Teucri e i collegati sgominârsi, e dodici de' più prestanti fra i riversi cocchi trafitti vi perîr dal proprio ferro. Pronti intanto gli Achei di sotto ai densi strali sottratto di Menèzio il figlio, il locâr nella bara, e gli fêr cerchio lagrimando i compagni. Anch'ei veloce
v'accorse Achille, e si disciolse in pianto nel feretro mirando il fido amico d'acuta lancia trapassato il petto. Egli stesso con carri, armi e destrieri l'avea spedito alla battaglia, e freddo lo rïebbe al ritorno e sanguinoso. Costrinse allor la veneranda Giuno suo malgrado a calar nelle correnti dell'Oceàno l'instancabil Sole. Ei si sommerse, e dal crudel conflitto ebber tregua gli Achei. Dier posa all'armi di rincontro i Troiani; i corridori sciolser dai cocchi, e pria che a cibo alcuno volger la mente, convocâr consiglio. Ritti in piedi aprîr essi il parlamento; né verun di sedersi ebbe fidanza, perché d'Achille la comparsa orrenda facea loro tremar le vene e i polsi, ché da lunga stagion ne' lagrimosi campi di Marte non l'avean veduto. Prese tra lor Polidamante il primo a ragionar. Di Panto era costui prudente figlio, e de' Troiani il solo che le passate e le future cose al guardo avea presenti. Egli d'Ettorre era compagno, e una medesma notte li produsse ambedue, l'un di parole, l'altro d'asta valente. Ei dunque in mezzo con saggio avviso così tolse a dire: Librate, amici, la bisogna; ir dentro alla cittade, e tosto, è mio consiglio, senz'aspettar davanti a queste navi l'alma luce del dì. Troppo siam lungi qui dalle mura. Finché l'ira in petto arse a questo guerrier contra l'Atride, più lieve er'anco il debellar gli Achivi, ed io pure vegliar godea le notti presso le navi, nella dolce speme d'occuparle. Or tremar fammi il Pelìde. L'ardor che il mena non vorrà ristretto contenersi nel campo ove l'acheo col troiano valore in generose prove la gloria marzïal divise: ma per Ilio a pugnar e per le mogli ne sforzerà. Nella cittade adunque ripariamo, e si segua il mio sentire, ché le cose avverran com'io v'assenno. L'alma notte or sopito in dolce calma tien d'Achille il furor: ma se dimani all'assalto prorompe, e qui ne trova, certo talun conoscerallo, e quanti dar potranno le spalle, e dentro il sacro
Ilio camparsi, si terran beati; ma pria ben molti rimarran pastura di voraci avoltoi. Deh ch'io non oda sì rio caso giammai! Se al mio ricordo, benché non grato, obbedirem, la notte spenderem ne' rinforzi e ne' consigli. E le torri e le porte e i contrafforti de' ben commessi tavolati intanto faran sicura la città. Poi tutti d'arme orrendi domani al nuovo Sole starem su i merli. E s'ei lasciato il lido verrà nosco a pugnar sotto le mura, duro affar troveravvi, e poiché stanca in vane giravolte avrà la foga de' suoi superbi corridor, gli fia forza alle navi ritornar confuso; né di scagliarsi dentro alla cittade daragli il cuore, e pria che porla al fondo, ei farà sazii del suo corpo i cani. Qui tacque; e bieco gli rispose Ettorre: Tu non mi fai gradevole proposta, Polidamante, no, quando n'esorti a serrarci di nuovo entro le mura. E non vi noia ancor di quelle torri la prigionia? Fu tempo in cui le genti di vario favellar tutte a una voce dicean ricca di molto auro e di bronzo la città prïameia. Or dalle case dileguârsi i tesori. Alle contrade dell'amena Meonia e della Frigia molta ricchezza ne passò venduta da che l'ira di Giove i Teucri oppresse. Ed or che Giove innanzi a questi legni d'alta vittoria mi fe' lieto, e diemmi che al mar chiudessi le falangi achee, non far palese, o stolto, ai cittadini questo consiglio, ché nessuno avrai fra i Troiani sì vil che lo secondi, né patirollo io mai. Teucri, obbediamo tutti al mio detto. Ristorate i corpi al suo posto ciascuno, e vi sovvegna delle scolte per tutto e delle ronde. Qualunque de' Troiani in pensier stassi di sue ricchezze, le raguni, e poscia largo ai soldati le spartisca. E meglio che alcun nostro ne goda, e non l'Acheo. Sull'aurora dimani in tutto punto assalirem le navi: e se il divino Achille all'armi si svegliò davvero, gli fia la pugna, se la vuol, funesta. Non fuggirollo io, no, nell'affannoso ballo di Marte, ma starogli a fronte
con intrepido petto. Uno de' due d'un'illustre vittoria andrà superbo; il cimento è comune, ed avvien spesso che morte incontra chi di darla ha speme. Disse, e i Teucri levâr d'applauso un grido. Stolti! ché Palla avea lor tolto il senno. Tutti assentîr d'Ettorre al pazzo avviso, nessuno al saggio del figliuol di Panto. Mentre col cibo a rivocar le forze intendono i Troiani, in alti lai l'intera notte dispendean gli Achivi sovra il morto Patròclo, e prorompea fra loro in pianti sospirosi Achille, la man tremenda sul gelato petto dell'amico ponendo, e cupi e spessi i gemiti mettea, come talvolta ben chiomato lïone a cui rapìo il cacciator nel bosco i lïoncini. Crucciato il fiero del suo tardo arrivo, tutta scorre la valle, e l'orme esplora del predator, se mai di ritrovarlo in qualche lato gli rïesca; e orrenda gli divampa nel cor la rabbia e l'ira: tal si cruccia il Pelìde, e con profondi sospiri in mezzo ai Mirmidóni esclama: Oh mie vane parole il dì ch'io diedi a Menèzio il conforto, e la promessa che in Opunta gli avrei carco di gloria e di gran preda ricondotto il figlio dall'atterrata Troia! Ahi che non tutti Giove i disegni de' mortali adempie! Sotto Troia il destino ambo ne danna a far vermiglia una medesma terra, ché me neppure abbraccerà tornato il buon vecchio Pelèo nel patrio tetto, né Teti genitrice; ma sepolcro mi darà questo lido. Or poi che deggio dopo te, mio fedel, scender sotterra, tu, no, sul rogo non andrai, lo giuro, se non t'arreco in prima io qui d'Ettorre, del tuo crudo uccisor l'armi e la testa; e dodici d'illustri iliaci figli troncheronne davanti alla tua pira. Giaci intanto così, caro compagno, qui presso alle mie navi; e le troiane e le dardanie ancelle il largo seno tutte discinte intorno al tuo ferètro notte e dì faran pianto, e ploreranno. Esse ne fur comun fatica e preda quando noi colla forza e colle lunghe aste domando le nemiche genti l'opime n'atterrammo ampie cittadi.
Ciò detto, comandò l'almo Pelìde che dai compagni al fuoco si ponesse sul tripode un gran vaso, onde veloci di Pàtroclo lavar la sanguinosa tabe. E quelli sul fuoco in un baleno atto ai lavacri collocaro un bronzo, e v'infusero l'onda, e di stecchiti rami di sotto alimentâr la fiamma. Abbracciavan le vampe mormorando del vaso il ventre, e rotto in sottil fumo scaldavasi l'umor. Poiché nel cavo rame la linfa al suo bollor pervenne, diersi il corpo a lavar: l'unser di pingue felice oliva, e le ferite empiero di balsamo novenne. Indi al funèbre letto renduto, dalla fronte al piede in sottil lino avvolserlo, e superno un bianco panno vi spiegâr. Ciò fatto, tornaro ai pianti, e intorno al mesto Achille tutta in lamenti consumâr la notte. Giove in questo alla sua moglie e sorella si volse e disse: Veneranda Giuno, ecco pieni alla fine i tuoi desiri; ecco all'armi tornato il grande Achille. Di te nacque, cred'io, (cotanto l'ami) l'argiva gente. - E Giuno a lui: Che parli, tremendo figlio di Saturno? All'uomo povero d'alma e di consigli è dato il dannaggio tramar del suo simile; ed io che incedo degli Dei reina, perché saturnia prole e perché sposa son dell'alto de' numi imperadore, contra i Troiani co' Troiani irata macchinar qualche offesa io non dovea? Mentre seguìan tra lor queste contese, Teti agli alberghi di Vulcan pervenne; stellati eterni rilucenti alberghi, fra i celesti i più belli, e dallo stesso Vulcan costrutti di massiccio bronzo. Tutto in sudor trovollo affaccendato de' mantici al lavoro. Avea per mano dieci tripodi e dieci, adornamento di palagio regal. Sopposte a tutti d'oro avea le rotelle, onde ne gisse da sé ciascuno all'assemblea de' numi, e da sé ne tornasse onde si tolse: maraviglia a vederli! Omai compiuto l'ammirando lavor, solo restava ch'ei v'adattasse le polite orecchie, e appunto all'uopo n'aguzzava i chiovi. Mentre venìa tai cose elaborando con egregio artificio, entro la soglia
l'alma Teti mettea l'argenteo piede. La vide, e le si fe' Càrite incontro ornata il capo d'eleganti bende, dell'inclito Vulcan moglie vezzosa: per man la strinse, e il roseo labbro aprendo, Qual, le disse, cagione, o bella Teti, ti guida inaspettata a queste case? Rado suoli onorarle, e nondimeno sempre cara vi giungi e riverita. Inóltrati, perch'io pronta t'appresti le vivande ospitali. - E sì dicendo, la bellissima Dea l'altra introdusse, e in un bel seggio collocolla, ornato d'argentee borchie a lavorìo gentile col suo sgabello al piede. Indi a chiamarne corse l'esimio fabbro, e sì gli disse: Vieni, Vulcan, ché ti vuol Teti. - Ed egli: Venerevole Diva e d'onor degna nella casa mi venne. Ella malconcio e afflitto mi salvò quando dal cielo mi feo gittar l'invereconda madre, che il distorto mio piè volea celato; e mille allor m'avrei doglie sofferto se me del mar non raccogliean nel grembo del rifluente Ocèano la figlia Eurìnome e la Dea Teti. Di queste quasi due lustri in compagnia mi vissi, e di molte vi feci opre d'ingegno, fibbie ed armille tortuose e vezzi e bei monili, in cavo antro nascoso a cui spumante intorno ed infinita d'Oceàn la corrente mormorava; né verun di mia stanza avea contezza, né mortale né Dio, tranne le belle mie servatrici. Or poiché Teti è giunta alla nostra magion, piena le voglio render mercé del benefizio antico. Tu dinanzi sollecita le poni il banchetto ospital, mentr'io veloce questi mantici assetto e gli altri arnesi. Disse, e dal ceppo dell'incude il mostro abbronzato levossi zoppicando. Moveansi sotto a gran stento le fiacche gambe sottili. Allontanò dal fuoco i mantici ventosi: ogni fabbrile istrumento raccolse, e dentro un'arca li ripose d'argento. Indi con molle spugna ben tutto stropicciossi il volto affumicato ed ambedue le mani e il duro collo ed il peloso petto. Poi la tunica mise; ed il pesante scettro impugnato, tentennando uscìo.
Seguìan l'orrido rege, e a dritta e a manca il passo ne reggean forme e figure di vaghe ancelle, tutte d'oro, e a vive giovinette simìli, entro il cui seno avea messo il gran fabbro e voce e vita e vigor d'intelletto e delle care arti insegnate dai Celesti il senno. Queste al fianco del Dio spedite e snelle camminavano; ed egli a tardo passo avvicinato a Teti, in un lucente trono s'assise, e la sua man ponendo nella man della Dea, così le disse: Qual mai sorte t'adduce a queste soglie, o sempre cara e veneranda Teti, in quell'ampio tuo peplo ancor più bella? Troppo rado ne fai di tua presenza contenti e lieti. Or parla, e il tuo desire libera esponi. A soddisfarlo il grato cor mi sospinge, se pur farlo io possa, e il farlo mi s'addica. - E a lui suffusa di lagrime i bei rai Teti rispose: Delle Dive d'Olimpo e qual sofferse tanti, o Vulcano, tormentosi affanni quanti in me Giove n'adunò? Me sola fra le Dive del mar suggetta ei fece ad un mortale, al re Pelèo. Ritrosa ne sostenni gli amplessi; ed egli or giace logro dagli anni nel regal suo tetto. Né il tenor qui restò di mie sventure. Mi nacque un figlio. Io l'educai gelosa, e come pianta ei crebbe, e mi divenne il maggior degli eroi. Questo germoglio di fertile terren, questo diletto unico figlio su le navi io stessa spedii di Troia alle funeste rive a guerreggiar co' Teucri. Avverso fato gli dinega il ritorno; ed io non deggio nella pelèa magion madre infelice abbracciarlo più mai. Né questo è tutto. Fin ch'ei mi vive, e la ria Parca il raggio gli prolunga del Sole, ei lo consuma nella tristezza, né giovarlo io posso. Dagli Achivi ottenuta egli s'avea premio di sue fatiche una fanciulla. Agamennón gliela ritolse; ed esso dell'onta irato, e nel dolor sepolto si ritrasse dall'armi. I Teucri intanto alle navi rinchiusero gli Achei, né permettean l'uscita. Umìli allora i duci argivi gli mandâr preghiere e d'orrevoli doni ampie profferte. Egli fermo negò la chiesta aita:
ma cinse di sue stesse armi l'amico Pàtroclo, e al campo l'invïò seguìto da molti prodi. Su le porte Scee tutto un giorno durò l'aspro conflitto. E il dì stesso Ilïon sarìa caduto, s'alta strage menar visto il gagliardo di Menèzio figliuol, non l'uccidea tra i combattenti della fronte Apollo, esaltandone Ettorre. Or io pel figlio vengo supplice madre al tuo ginocchio, onde a conforto di sua corta vita di scudo e d'elmo provveder tu il voglia, e di forte lorica e di schinieri con leggiadro fermaglio. A lui perdute ha tutte l'armi dai Troiani ucciso il suo fedel compagno, ed egli or giace gittato a terra, e dal dolore oppresso. Tacque; e il mal fermo Dio così rispose: Ti riconforta, o Teti, e questa cura non ti gravi il pensier. Così potessi alla morte il celar quando la Parca sul capo gli starà, com'io di belle armi fornito manderollo, e tali che al vederle ogni sguardo ne stupisca. Lasciò la Dea, ciò detto, e impazïente ai mantici tornò, li volse al fuoco, e comandò suo moto a ciascheduno. Eran venti che dentro la fornace per venti bocche ne venìan soffiando, e al fiato, che mettean dal cavo seno, or gagliardo or leggier, come il bisogno chiedea dell'opra e di Vulcano il senno, sibilando prendea spirto la fiamma. In un commisti allor gittò nel fuoco argento ed auro prezïoso e stagno ed indomito rame. Indi sul toppo locò la dura risonante incude, di pesante martello armò la dritta, di tanaglie la manca; e primamente un saldo ei fece smisurato scudo di dèdalo rilievo, e d'auro intorno tre ben fulgidi cerchi vi condusse, poi d'argento al di fuor mise la soga. Cinque dell'ampio scudo eran le zone, e gl'intervalli, con divin sapere, d'ammiranda scultura avea ripieni. Ivi ei fece la terra, il mare, il cielo e il Sole infaticabile, e la tonda Luna, e gli astri diversi onde sfavilla incoronata la celeste volta, e le Pleiadi, e l'Iadi, e la stella d'Orïon tempestosa, e la grand'Orsa
che pur Plaustro si noma. Intorno al polo ella si gira ed Orïon riguarda, dai lavacri del mar sola divisa. Ivi inoltre scolpite avea due belle popolose città. Vedi nell'una conviti e nozze. Delle tede al chiaro per le contrade ne venìan condotte dal talamo le spose, e Imene, Imene con molti s'intonava inni festivi. Menan carole i giovinetti in giro dai flauti accompagnate e dalle cetre,
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