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Omero - traduzione di Vincenzo Monti
De' combattenti udì l'alto fracasso Nestore in quella che una colma tazza accostava alle labbra; e d'Esculapio rivolto al figlio: Oh, che mai fia, diss'egli, divino Macaon? Presso alle navi dell'usato maggiori odo le grida de' giovani guerrieri. Alla vedetta vado a saperne la cagion. Tu siedi intanto, e bevi il rubicondo vino, mentre i caldi lavacri t'apparecchia la mia bionda Ecamède, onde del sangue, di che vai sozzo, dilavar la gruma. Del suo figliuol si tolse in questo dire il brocchier che giacea dentro la tenda, il fulgido brocchier di Trasimède che il paterno portava. Indi una salda asta d'acuta cuspide impugnata fuor della tenda si sofferma, e vede miserando spettacolo: cacciati in fuga i Greci, e alle lor spalle i Teucri inseguenti e furenti, e la muraglia degli Achei rovesciata. Come quando il vasto mar s'imbruna, e presentendo de' rauchi venti il turbine vicino, tace l'onda atterrita, ed in nessuna parte si volve, finché d'alto scenda la procella di Giove; in due pensieri così del veglio il cor pendea diviso, se fra i rapidi carri de' fuggenti Dànai si getti, o se alla volta ei corra del duce Atride Agamennón. Lo meglio questo gli parve, e s'avvïò. Seguìa la mutua strage intanto, e intorno al petto de' combattenti risonava il ferro dalle lance spezzato e dalle spade. Fuor delle navi gli si fêro incontro i re feriti Ulisse e Dïomede e Agamennón. Di questi a fior di lido stavan lungi dall'armi le carene. L'altre, che prime lo toccâr, dedotte più dentro alla pianura, eran le navi a cui dintorno fu costrutto il muro; perocché il lido, benché largo, tutte non potea contenerle, ed acervate stavan le schiere. Statuiti adunque l'uno appo l'altro, come scala, i legni tutto empieano del lido il lungo seno quanto del mare ne chiudean le gole. Scossi al trambusto, che s'udìa, que' duci, e di saper lo stato impazïenti della battaglia, ne venìan conserti, alle lance appoggiati, e gravi il petto
d'alta tristezza. Terror loro accrebbe del veglio la comparsa, e Agamennóne elevando la voce: O degli Achei inclita luce, Nestore Nelìde, perché lasci la pugna, e qui ne vieni? Temo, ohimè! che d'Ettòr non si compisca la minacciata nel troian consesso fiera parola di non far ritorno nella città, se pria spenti noi tutti, tutte in faville non mettea le navi. Ecco il detto adempirsi. Eterni Dei! Dunque in ira son io, come ad Achille, a tutto il campo acheo, sì che non voglia più pugnar dell'armata alla difesa? Ahi! pur troppo l'evento è manifesto, Nestor rispose, né disfare il fatto lo stesso tonator Giove potrebbe. Il muro, che de' legni e di noi stessi riparo invitto speravam, quel muro cadde, il nemico ne combatte intorno con ostinato ardire e senza posa: né, come che tu l'occhio attento volga, più ti sapresti da qual parte il danno degli Achivi è maggior, tanto son essi alla rinfusa uccisi, e tanti i gridi di che l'aria risuona. Or noi qui tosto, se verun più ne resta util consiglio, consultiamo il da farsi. Entrar nel forte della mischia non io però v'esorto, ché mal combatte il battaglier ferito. Saggio vegliardo, replicò l'Atride, poiché fino alle tende hanno i nemici spinta la pugna, e più non giova il vallo né della fossa né dell'alto muro, a cui tanto sudammo, e invïolato schermo il tenemmo delle navi e nostro, chiaro ne par che al prepossente Giove caro è il nostro perir su questa riva lungi d'Argo, infamati. Il vidi un tempo proteggere gli Achei; lui veggo adesso i Troiani onorar quanto gli stessi beati Eterni, e incatenar le nostre forze e l'ardir. Mia voce adunque udite. Le navi, che ne stanno in secco al primo lembo del lido, si sospingan tutte nel vasto mare, e tutte sieno in alto sull'àncora fermate insin che fitta giunga la notte, dal cui velo ascosi varar potremo il resto, ove pur sia che ne dian tregua dalla pugna i Teucri. Non è biasmo fuggir di notte ancora il proprio danno, ed è pur sempre il meglio
scampar fuggendo, che restar captivo. Lo guatò bieco Ulisse, e gli rispose: Atride, e quale ti fuggì dal labbro rovinosa parola? Imperadore fossi oh! tu di vigliacchi, e non di noi, di noi che Giove dalla verde etade infino alla canuta agli ardui fatti della guerra incitò, finché ciascuno vi perisca onorato. E così dunque puoi tu de' Teucri abbandonar l'altera città che tanti già ne costa affanni? Per dio! nol dire, dagli Achei non s'oda questo sermone, della bocca indegno d'uom di senno e scettrato, e, qual tu sei, di tante schiere capitano. Io primo il tuo parer condanno. Arde la pugna, e tu comandi che nel mar lanciate sien le navi? Ciò fôra un far più certo de' Troiani il vantaggio, e più sicuro il nostro eccidio: perocché gli Achivi in quell'opra assaliti, anzi che fermi sostener l'inimico, al mar terranno rivolto il viso, a' Teucri il tergo: e allora vedrai funesto, o duce, il tuo consiglio. Rispose Agamennón: La tua pungente rampogna, Ulisse, mi ferì nel core. Ma mia mente non è che lor malgrado traggan le navi in mar gli Achivi; e s'ora altri sa darne più pensato avviso, sia giovine, sia veglio, io l'avrò caro. Chi darallo n'è presso (il bellicoso Tidìde ripigliò), né fia mestieri cercarlo a lungo, se ascoltar vorrete, né, perché d'anni inferïor vi sono, con disdegno spregiarmi. Anch'io mi vanto figlio d'illustre genitor, del prode Tidèo, di Cadmo nel terren sepolto. Portèo tre figli generò dell'alta Calidone abitanti e di Pleurone, Agrio, Mela ed Enèo, tutti d'egregio valor, ma tutti li vincea di molto il cavaliero Enèo padre al mio padre. Ivi egli visse; ma da' numi astretto a gir vagando il padre mio, sua stanza pose in Argo, e d'Adrasto a moglie tolse una figlia; e signor di ricchi alberghi e di campi frugiferi per molte file di piante ombrosi, e di fecondo copioso gregge, a tutti ancor gli Argivi ei sovrastava nel vibrar dell'asta. Conte vi sono queste cose, io penso, tutte vere; e sapendomi voi quindi
nato di sangue generoso, a vile non terrete il mio retto e franco avviso. Orsù, crudel necessità ne spinge. Al campo adunque, tuttoché feriti; e perché piaga a piaga non s'aggiunga, fuor di tiro si resti, ma propinqui sì, che possiamo gl'indolenti almeno incitar coll'aspetto e colla voce. Piacque il consiglio, e s'avvïâr precorsi dal re supremo Agamennón. Li vide Nettunno, e tolte di guerrier canuto le sembianze, e per mano preso l'Atride, fe' dal labbro volar queste parole: Atride, or sì che degli Achei la strage e la fuga gioir fa la crudele alma d'Achille, poiché tutto l'ira gli tolse il senno. Oh possa egli in mal punto perire, e d'onta ricoprirlo un Dio! Ma tutti a te non sono irati i numi, e de' Teucri vedrai di nuovo i duci empir di polve il piano, e dalle tende e dalle navi alla città fuggirsi. Disse, e corse, e gridò quanto di nove o dieci mila combattenti alzarse potrìa, nell'atto d'azzuffarsi, il grido: tanto fu l'urlo che dal vasto petto l'Enosigèo mandò. Risurse in seno degli Achei la fortezza a quella voce, e il desìo di pugnar senza riposo. Su le vette d'Olimpo in aureo trono sedea Giuno, e di là visto il divino suo cognato e fratel che in gran faccenda per la pugna scorrea, gioinne in core. Sovra il giogo maggior scòrse ella poscia dell'irrigua di fonti Ida seduto l'abborrito consorte; e in suo pensiero l'augusta Diva a ruminar si mise d'ingannarlo una via. Calarsi all'Ida in tutto il vezzo della sua persona, infiammarlo d'amor, trarlo rapito di sua beltà nelle sue braccia, e dolce nelle palpebre e nell'accorta mente insinuargli il sonno, ecco il partito che le parve il miglior. Tosto al regale suo talamo s'avvìa, che a lei l'amato figlio Vulcano fabbricato avea con salde porte, e un tal serrame arcano che aperto non l'avrebbe iddio veruno. Entrovvi: e chiusa la lucente soglia, con ambrosio licor tutto si terse pria l'amabile corpo, e d'oleosa essenza l'irrigò, divina essenza
fragrante sì che negli eterni alberghi del Tonante agitata e cielo e terra d'almo profumo rïempìa. Ciò fatto, le belle chiome al pettine commise, e di sua mano intorno all'immortale augusto capo le compose in vaghi ondeggianti cincinni. Indi il divino peplo s'indusse, che Minerva avea con grand'arte intessuto, e con aurate fulgide fibbie assicurollo al petto. Poscia i bei fianchi d'un cintiglio a molte frange ricinse, e ai ben forati orecchi i gemmati sospese e rilucenti suoi ciondoli a tre gocce. Una leggiadra e chiara come sole intatta benda dopo questo la Diva delle Dive si ravvolse alla fronte. Al piè gentile alfin legossi i bei coturni, e tutte abbigliate le membra uscì pomposa, ed in disparte Venere chiamata, così le disse: Mi sarai tu, cara, d'una grazia cortese? o meco irata, perch'io gli Achivi, e tu li Teucri aiti, negarmela vorrai? - Parla, rispose l'alma figlia di Giove: il tuo desire manifestami intero, o veneranda Saturnia Giuno. Mi comanda il core di far tutto (se il posso, e se pur lice) il tuo voler, qual sia. - Dammi, riprese la scaltra Giuno, l'amoroso incanto che tutti al dolce tuo poter suggetta i mortali e gli Dei. Dell'alma terra ai fini estremi a visitar men vado l'antica Teti e l'Oceàn de' numi generator, che présami da Rea, quando sotto la terra e le profonde voragini del mar di Giove il tuono precipitò Saturno, mi nudriro ne' lor soggiorni, e m'educâr con molta cura ed affetto. A questi io vado, e solo per ricomporne una difficil lite ond'ei da molto a gravi sdegni in preda e di letto e d'amor stansi divisi. Se con parole ad acchetarli arrivo e a rannodarne i cuori, io mi son certa che sempre avranmi e veneranda e cara. E l'amica del riso Citerèa, Non lice, replicò, né dêssi a quella che del tonante Iddio dorme sul petto, far di quanto ella vuol niego veruno. Disse; e dal seno il ben trapunto e vago cinto si sciolse, in che raccolte e chiuse
erano tutte le lusinghe. V'era d'amor la voluttà, v'era il desire e degli amanti il favellìo segreto, quel dolce favellìo ch'anco de' saggi ruba la mente. In man gliel pose, e disse: Prendi questo mio cinto in che si chiude ogni dolcezza, prendilo, e nel seno lo ti nascondi, e tornerai, lo spero, tutte ottenute del tuo cor le brame. L'alma Giuno sorrise, e di contento lampeggiando i grand'occhi in quel sorriso, lo si ripose in seno. Alle paterne stanze Ciprigna incamminossi: e Giuno frettolosa lasciò l'olimpie cime, e la Pïeria sorvolando e i lieti emazii campi, le nevose vette varcò de' tracii monti, e non toccava col piè santo la terra. Indi dell'Ato superate le rupi, all'estuoso Ponto discese, e nella sacra Lenno, di Toante città, rattenne il volo. Ivi al fratello della Morte, al Sonno n'andò, lo strinse per la mano, e disse: Sonno, re de' mortali e degli Dei, s'unqua mi festi d'un desìo contenta, or n'è d'uopo, e saprotti eterno grado. Tosto ch'io l'abbia fra mie braccia avvinto, m'addormenta di Giove, amico Dio, le fulgide pupille: ed io d'un seggio d'auro incorrotto ti farò bel dono, che lavoro sarà maraviglioso del mio figlio Vulcan, col suo sgabello su cui si posi a mensa il tuo bel piede. Saturnia Giuno, veneranda Dea, rispose il Sonno, agevolmente io posso ogni altro iddio sopir, ben anche i flutti del gran fiume Oceàn di tutte cose generatore; ma il Saturnio Giove né il toccherò né il sopirò, se tanto non comanda egli stesso. I tuoi medesmi cenni di questo m'assennâr quel giorno ch'Ercole il suo gran figlio, Ilio distrutto, navigava da Troia. Io su la mente dolce mi sparsi dell'Egìoco Giove, e l'assopii. Tu intanto in tuo segreto macchinando al suo figlio una ruina, di fieri venti sollevasti in mare una negra procella, e lui svïando dal suo cammin, spingesti a Coo, da tutti i suoi cari lontano. Arse di sdegno destatosi il Tonante, e per l'Olimpo scompigliando i Celesti, in cerca andava
di me fra tutti, e avrìa dal ciel travolto me meschino nel mar, se l'alma Notte, de' numi domatrice e de' mortali, non mi campava fuggitivo. Ei poscia per lo rispetto della bruna Diva placossi. E salvo da quel rischio appena vuoi che con esso a perigliarmi io torni? Di periglio che parli? e di che temi? gli rispose Giunon; forse t'avvisi che al par del figlio, per cui sdegno il prese, Giove i Teucri protegga? Or via, mi segui, ch'io la minore delle Grazie in moglie ti darò, la vezzosa Pasitèa, di cui so che sei vago e sempre amante. Giuralo per la sacra onda di Stige, tutto in gran giubilìo ripiglia il Sonno; e l'alma terra d'una man, coll'altra tocca del mar la superficie, e quanti stansi intorno a Saturno inferni Dei testimoni ne sian, che mia consorte delle Grazie farai la più fanciulla, la gentil Pasitèa cui sempre adoro. Disse; e conforme a quel desir giurava la bianca Diva, e i sotterranei numi tutti invocava che Titani han nome. Fatto il gran sacramento, abbandonaro d'Imbro e di Lenno le cittadi, e cinti di densa nebbia divorâr la via. D'Ida altrice di belve e di ruscelli giunti alla falda, uscîr della marina alla punta Lettèa. Preser leggieri del monte la salita, e della selva sotto i lor passi si scotea la cima. Ivi il Sonno arrestossi, e per celarsi di Giove agli occhi un alto abete ascese, che sovrana innalzava al ciel la cima. Quivi s'ascose tra le spesse fronde in sembianza d'arguto augel montano che noi Cimindi, e noman Calci i numi. Con sollecito piede intanto Giuno il Gàrgaro salìa. La vide il sommo delle tempeste adunatore, e pronta al cor gli corse l'amorosa fiamma, siccome il dì che de' parenti al guardo sottrattisi gustâr commisti insieme la furtiva d'amor prima dolcezza. Si fece incontro alla consorte, e disse: Giuno, a che vieni dall'Olimpo, e senza cocchio e destrieri? - E a lui la scaltra: Io vado dell'alma terra agli ultimi confini a visitar de' numi il genitore Oceano e Teti, che ne' loro alberghi
con grande cura m'educâr fanciulla. Vado a comporne la discordia: ei sono e di letto e d'amor per ire acerbe da gran tempo divisi. Alle radici d'Ida lasciati ho i miei destrier che ratta su la terra e sul mar mi porteranno. Or qui vengo per te, ché meco irarti non dovessi tu poi se taciturna del vecchio iddio n'andassi alla magione. Altra volta v'andrai, Giove rispose: Or si gioisca in amoroso amplesso; ché né per donna né per Dea giammai mi si diffuse in cor fiamma sì viva: non quando per la sposa Issïonèa, che Piritòo, divin senno, produsse, arsi d'amor, non quando alla gentile figlia d'Acrisio generai Persèo, prestantissimo eroe, né quando Europa del divin Radamanto e di Minosse padre mi fece. Né le due di Tebe beltà famose Sèmele ed Alcmena, d'Ercole questa genitrice, e quella di Bacco dei mortali allegratore; né Cerere la bionda, né Latona, né tu stessa giammai, siccome adesso, mi destasti d'amor tanto disìo. E l'ingannevol Diva: Oh che mai parli, importuno! Ascoltar vuoi tu d'amore le fantasie qui d'Ida in su le vette dove tutto si scorge? E se qualcuno degli Dei ne mirasse, e agli altri Eterni conto lo fêsse, rïentrar nel cielo con che fronte ardirei? Ciò fôra indegno. Pur se vera d'amor brama ti punge, al talamo n'andiam, che il tuo diletto figlio Vulcan ti fabbricò di salde porte; e quivi di me fa il tuo volere. Né d'uom mortale né d'iddio veruno lo sguardo ne vedrà, Giove riprese. Diffonderotti intorno un'aurea nube tal che per essa né del Sol pur anco la vista passerà quantunque acuta. Disse, ed in grembo alla consorte il figlio di Saturno s'infuse: e l'alma terra di sotto germogliò novelle erbette e il rugiadoso loto e il fior di croco e il giacinto, che in alto li reggea soffice e folto. Qui corcârsi, e densa li ricopriva una dorata nube che lucida piovea dolce rugiada. Sul Gargaro così queto dormìa Giove in braccio alla Dea, preda d'amore
e del soave Sonno che veloce corse alle navi ad avvisarne il nume scotitor della Terra; e a lui venuto, con presto favellar, T'affretta, ei disse, a soccorrer gli Achivi, o re Nettunno, e almen per poco vincitor li rendi finché Giove si dorme. Io lo ricinsi d'un tener sopor mentre ingannato dalla consorte in seno le riposa. Sparve il Sonno, ciò detto, e de' mortali su l'altere città l'ali distese. Allor Nettunno d'aitar bramoso più che prima gli Achei, diessi nel mezzo alle file di fronte, alto gridando: Achivi, lascerem di Priamo al figlio noi dunque il vanto di novel trïonfo, e la gloria d'averne arse le navi? Ei certo lo si crede, e vampo mena, perché d'Achille neghittosa è l'ira. Ma d'Achille non fia molto il bisogno, se noi far opra delle man sapremo, e alternarci gli aiuti. Or su, concordi seguiam tutti il mio detto. I più sicuri e grandi scudi, che nel campo sièno, imbracciamo, e copriam de' più lucenti elmi le teste, e le più lunghe picche strette in pugno, marciam: io vi precedo, né per forte ch'ei sia l'audace Ettorre, l'impeto nostro sosterrà. Chïunque è guerrier valoroso, e di leggiero scudo si copre, al men valente il ceda, e allo scudo maggior sottentri ei stesso. Obbedîr tutti al cenno. I re medesmi Tidìde, Ulisse e Agamennón, sprezzate le lor ferite, in ordinanza a gara ponean le schiere, e via dell'armi il cambio per le file facean; le forti al forte, al peggior le peggiori. E poiché tutti di lucido metallo la persona ebber coverta, s'avvïâr. Nettunno li precorrea, nella robusta mano sguäinata portandosi una lunga orrenda spada che parea di Giove la folgore, e mettea nel cor paura. Misero quegli che la scontra in guerra! Dall'altra parte il troian duce i suoi pone ei pure in procinto, e senza indugio l'illustre Ettorre ed il ceruleo Dio, l'uno i Greci incorando e l'altro i Teucri una fiera attaccâr pugna crudele. Gonfiasi il mare, e i padiglioni innonda e gli argivi navigli, e con immenso
clamor si viene delle schiere al cozzo. Non così la marina onda rimugge dal tracio soffio flagellata al lido; non così freme il foco alla montagna quando va furibondo a divorarsi l'arida selva; né d'eccelsa quercia rugge sì fiero fra le chiome il vento, come orrende de' Teucri e degli Achei nell'assalirsi si sentìan le grida. Contro Aiace, che voltagli la fronte, scaglia Ettorre la lancia, e lo colpisce ove del brando e dello scudo il doppio balteo sul petto si distende; e questo dal colpo lo salvò. Visto uscir vano Ettore il telo, di rabbia fremendo in securo fra' suoi si ritraea. Mentr'ei recede, il gran Telamonìde ad un sasso, de' molti che ritegno delle navi giacean sparsi pel campo de' combattenti al piè, dato di piglio, l'avventò, lo rotò come palèo, e sul girone dello scudo al petto l'avversario ferì. Con quel fragore che dal foco di Giove fulminata giù ruina una quercia, e grave intorno del grave zolfo si diffonde il puzzo: l'arator, che cadersi accanto vede la folgore tremenda, imbianca e trema: così stramazza Ettòr; l'asta abbandona la man, ma dietro gli va scudo ed elmo, e rimbombano l'armi sul caduto. V'accorsero con alti urli gli Achei, strascinarlo sperandosi, e di strali lo tempestando; ma nessun ferirlo potéo, ché ratti gli fêr serra intorno i più valenti, Enea, Polidamante, Agènore, e de' Licii il condottiero Sarpedonte con Glauco, e nulla in somma de' suoi l'abbandonò, ch'altri gli scudi gli anteposero, e lunge altri dall'armi l'asportâr su le braccia a' suoi veloci destrier che fuori della pugna a lui tenea pronti col cocchio il fido auriga. Volâr questi, e portâr l'eroe gemente verso l'alta città; ma giunti al guado del vorticoso Xanto, ameno fiume generato da Giove, ivi dal carro
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