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Omero - traduzione di Vincenzo Monti
Uscìa del mar l'Aurora in croceo velo, alla terra ed al ciel nunzia di luce, e co' doni del Dio Teti giungea. Singhiozzante da canto al morto amico trovò l'amato figlio a cui dintorno ploravano i compagni. Apparve in mezzo l'augusta Diva, e strettolo per mano, Figlio, disse, poiché piacque agli Dei la sua morte, lasciam, benché dolenti, che questi qui si giaccia; e tu le belle armi ti prendi di Vulcan, che mai mortal non indossò. - Così dicendo, le depose al suo piè. Dier quelle un suono che terror mise ai Mirmidóni: il guardo non le sostenne, e si fuggîr. Ma come le vide Achille, maggior surse l'ira, e sotto le palpèbre orrendamente gli occhi qual fiamma balenâr. Godea trattarle, vagheggiarle; e dilettato del mirando lavor, si volse, e disse: Madre, son degne del divino fabbro quest'armi, né può tanto arte terrena. Or le mi vesto; ma timor mi grava che nelle piaghe di Patròclo intanto vile insetto non entri, che di vermi generator la salma (ahi! senza vita!) ne guasti sì che tutta imputridisca. Pensier di questo non ti prenda, o figlio, gli rispose la Dea: l'infesto sciame divoratore de' guerrieri uccisi io ne terrò lontano. Ov'anco ei giaccia intero un anno, farò sì che il corpo incorrotto ne resti, e ancor più bello. Or tu raccogli in assemblea gli Achivi, e, placato all'Atride, àrmati ratto per la battaglia, e di valor ti cingi. Disse, e spirto audacissimo gl'infuse. Indi ambrosia all'estinto, e rubicondo nèttare, a farlo d'ogni tabe illeso, nelle nari stillò. Lunghesso il lido l'orrenda voce intanto alza il Pelìde; né soli i prenci achei, ma tutte accorrono le sparse schiere per le navi, e quanti di navi han cura, remator, piloti e vivandieri e dispensier, van tutti a parlamento, di veder bramosi dopo un lungo cessar l'apparso Achille. Barcollanti v'andaro anche i due prodi Dïomede ed Ulisse, per le gravi piaghe all'asta appoggiati, e ne' primieri seggi adagiârsi. Ultimo giunse il sommo Atride, in forte mischia ei pur dal telo
di Coon Antenòride ferito. Tutti adunati, Achille surse e disse: Atride, a te del par che a me sarìa meglio tornato che tra noi non fusse mai surta la fatal lite che il core sì ne róse a cagion d'una fanciulla. Dovea Dïana saettarla il giorno ch'io saccheggiai Lirnesso, e mia la feci, ché tanti non avrìan trafitti Achivi, mentre l'ira io covai, morso il terreno. Ettore e i Teucri ne gioîr, ma lunga rimarrà tra gli Achei, credo, ed amara de' nostri piati la memoria. Or copra obblìo le andate cose, e il cor nel petto necessità ne domi. Io qui depongo l'ira, né giusto è ch'io la serbi eterna. Tu ridesta le schiere alla battaglia. Vedrò se i Teucri al mio venir vorranno presso le navi pernottar. Di gambe, spero, fia lesto volentier chïunque potrà sottrarsi in campo alla mia lancia. Disse: e gli Achivi giubilâr vedendo alfin placato il generoso Achille. Surse allora l'Atride, e dal suo seggio, senza avanzarsi, favellò: M'udite, eroi di Grecia, bellicosi amici, né turbate il mio dir, ché lo frastuono anche il più sperto dicitor confonde. E chi far mente, chi parlar potrebbe in cotanto tumulto, ove la voce la più sonora verrìa meno? Io volgo le parole ad Achille, e voi porgete attento orecchio. Con rimprocci ed onte spesso gli Achivi m'accusâr d'un fallo cui Giove e il Fato e la notturna Erinni commisero, non io. Essi in consiglio quel dì la mente m'offuscâr, che il premio ad Achille rapii. Che farmi? Un Dio così dispose, la funesta a tutti Ate, tremenda del Saturnio figlia. Lieve ed alta dal suolo ella sul capo de' mortali cammina, e lo perturba, e a ben altri pur nocque. Anche allo stesso degli uomini e de' numi arbitro Giove fu nocente costei quando ingannollo l'augusta Giuno il dì che in Tebe Alcmena l'erculea forza partorir dovea. Detto ai Celesti avea Giove per vanto: Divi e Dive, ascoltate; io vo' del petto rivelarvi un segreto: oggi Ilitìa curatrice de' parti in luce un uomo del mio sangue trarrà, che su le tutte
vicine genti stenderà lo scettro. Mentirai, né atterrai la tua parola, Giuno riprese meditando un frodo. Giura, o Giove, il gran giuro, che nel vero fia de' vicini regnator l'uom ch'oggi di tua stirpe cadrà fra le ginocchia d'una madre mortal. Giurollo il nume senza sospetto, e ne fu poi pentito. Ché Giuno dal ciel ratta in Argo scesa del Perseìde Stènelo all'illustre moglie sen venne. Avea grav'ella il seno d'un caro figlio settimestre. A questo, benché immaturo, accelerò la luce Giuno, e d'Alcmena prolungando il parto, ne represse le doglie. Indi a narrarne corse al Saturnio la novella, e disse: Giove, t'annunzio che mo' nacque un prode che in Argo impererà, lo Stenelìde, tua progenie, Euristèo d'Argo re degno. D'alto dolor ferito infurïossi Giove, e tosto ai capelli Ate afferrando per lo Stige giurò che questa a tutti furia dannosa non avrìa più mai riveduto l'Olimpo. E sì dicendo, la rotò colla destra, e fra' mortali dagli astri la scagliò. Per la costei colpa veggendo di travagli oppresso il diletto figliuol sotto Euristèo adiravasi Giove. E a me pur anco, quando alle navi Ettòr struggea gli Achivi, lacerava il pensier la rimembranza di questa Diva che mi tolse il senno. Ma poiché Giove il volle, io vo' del pari farne l'emenda con immensi doni. Sorgi Achille alla pugna, e gli altri accendi. Tutto, che ieri nella tenda Ulisse ti promise, io darotti: e se t'aggrada, l'ardor sospendi che a pugnar ti sprona, e dal mio legno farò tosto i doni recar, che visti placheranti il core. Duce de' prodi glorïoso Atride, rispose Achille, il dar que' doni a norma di tua giustizia o ritenerli, è tutto nel tuo poter. Ma tempo non è questo da parole: sia d'armi ogni pensiero, né più s'indugi, ché il da farsi è assai. Uop'è che Achille in campo rieda e sperda le troiane falangi, e ch'altri il vegga, e l'esempio n'imiti. - Illustre Achille, soggiunse allor l'accorto Ulisse, è grande il tuo valor; ma non menar digiuni contro i Teucri gli Achei. Venuti al cozzo
una volta gli eserciti, e infiammati quinci e quindi da un Dio, non fia sì breve l'aspro certame. Nelle navi adunque comanda che di cibo e di bevanda, fonte di forza, si ristaurin tutti, ché digiuno soldato un giorno intero fino al tramonto non sostiene la pugna. Sete, fame, fatica a poco a poco dòman anco i più forti, e dispossato casca il ginocchio. Ma guerrier, cui fresche tornò le forze il cibo, il giorno tutto intrepido combatte, e sua stanchezza sol col finirsi del conflitto ei sente. Dunque il campo congeda, e fa che pronte mense imbandisca. Agamennón frattanto qua rechi i doni, onde ogni Acheo li vegga, e il tuo cor ne gioisca. Indi nel mezzo del parlamento il re si levi, e giuri che mai non giacque colla tua fanciulla; e questo giuro il cor ti plachi. Ei poscia, perché nulla si fraudi al tuo diritto, di lauto desco nella propria tenda ti presenti e t'onori. E tu più giusto móstrati, Atride, in avvenir, ché bello regal atto è il placar, qual sia, l'offeso. A questo il sire Agamennón: M'è grato, Ulisse, il saggio e acconciamente espresso tuo ragionar. Io giurerò dall'imo cuor, né dinanzi al Dio sarò spergiuro. Ma tempri Achille del pugnar la foga sino che giunga il donativo; e il sangue della vittima fermi il giuramento, qui presenti voi tutti. Or tu medesmo vanne, Ulisse, e trascelto, io tel comando, de' primi achivi giovinetti il fiore, reca i doni promessi e le donzelle; e Taltìbio mi cerchi e m'apparecchi un cinghial da svenarsi a Giove e al Sole. Inclito Atride, gli rispose Achille, serbar si denno queste cose al tempo che dall'armi avrem posa, e che non tanto sdegno m'infiammi. Giacciono squarciati nella polve gli eroi che spense Ettorre favorito da Giove, e voi ne fate ressa di cibo? Io, qual si trova, all'armi senza ritardo il campo esorterei, e vendicato l'onor nostro, allegre cene abbondanti appresterei la sera. Non verrà cibo al labbro mio né beva, s'ulto pria non vedrò l'estinto amico. D'acuto acciar trafitto egli mi giace nella tenda co' piè volti all'uscita,
e gli fan cerchio i suoi compagni in pianto. Non altro è dunque il mio pensier che strage e sangue, e il cupo di chi muor sospiro. E Ulisse a lui: Fortissimo Pelìde, tu nell'asta me vinci, io te nel senno, perché pria nacqui, e più imparai. Fa dunque di quetarti al mio detto. Umano core presto si sazia di conflitti in cui molto miete l'acciar, poco raccoglie il mietitor, se Giove, arbitro sommo di nostre guerre, le bilance inclina. Pianger col ventre non si dee gli estinti; e qual respiro il pianto avrìa se mille fa caderne la Parca ogni momento? Intero un sole al lagrimar si doni, poi con coraggio, chi morì s'intombi: e noi che vivi della mischia uscimmo confortiamci di cibo, onde più fieri d'invitto ferro ricoperti il petto alla pugna tornar, senza che sia mestier novello incitamento. E guai a chi terrassi su le navi inerte, mentre gli altri animosi ad acre assalto contra i Teucri dal vallo irromperanno! Disse, e compagni i due figliuoi si prese di Nestore, e Toante e Merïone e il Filìde Megète e Melanippo e Licomede di Creonte. Andaro d'Atride al padiglion, presti il comando n'adempiro, e arrecâr le già promesse cose; sette treppiè, venti lebèti, dodici corridori; indi prestanti d'ingegno e di beltà sette captive. La figlia di Brisèo, guancia rosata, ottava ne venìa. Li precedea con dieci di buon peso aurei talenti Ulisse, e lo seguìan con gli altri doni gli altri giovani achei. Deposto il tutto nell'assemblea, levossi Agamennóne; e Taltìbio di voce a un Dio simìle irto cinghial gli appresentò. Fuor trasse il sospeso del brando alla vagina trafier l'Atride, e della belva i primi peli recisi, alzò le palme, e a Giove pregò. Sedeansi tutti in riverente giusto silenzio per udirlo; ed egli guardando al cielo e supplicando disse: Il sommo ottimo Iddio, la Terra, il Sole, e l'Erinni laggiù gastigatrici degli spergiuri, testimon mi sieno che per desìo lascivo unqua io non posi sopra la figlia di Brisèo le mani,
e che la tenni nelle tende intatta. Mi mandino, s'io mento, ogni castigo serbato al falso giurator gli Dei. Disse, e l'ostia scannò; poscia ne' vasti gorghi marini la scagliò l'araldo, pasto de' pesci. Allor rizzossi Achille e sclamò: Giove padre, oh di che danni tu ne gravi! Non mai m'avrìa l'Atride mosso all'ira, né mai per farmi oltraggio rapita a mio mal grado egli la schiava: ma tu il volesti, Iddio, tu che di tanti Achei la morte decretavi. Or voi itene al cibo, e all'armi indi si voli. Disse, e sciolto il consesso, alla sua nave si disperse ciascun. Ma co' presenti i Mirmidóni s'avvïâr d'Achille verso le tende, e li posâr, schierando su bei seggi le donne; e nell'armento fur dai sergenti i corridor sospinti. Di beltà simigliante all'aurea Venere come vide Brisëide del morto Pàtroclo le ferite, abbandonossi sull'estinto, e ululava e colle mani laceravasi il petto e il delicato collo e il bel viso, e sì dicea plorando: Oh mio Patròclo! oh caro e dolce amico d'una meschina! Io ti lasciai qui vivo partendo; e ahi quale al mio tornar ti trovo! Ahi come viemmi un mal su l'altro! Vidi l'uomo a cui diermi i genitor, trafitto dinanzi alla città, vidi d'acerba morte rapiti tre fratei diletti; e quando Achille il mio consorte uccise e di Minete la città distrusse, tu mi vietavi il piangere, e d'Achille farmi sposa dicevi, e a Ftia condurmi tu stesso, e m'apprestar fra' Mirmidóni il nuzïal banchetto. Avrai tu dunque, o sempre mite eroe, sempre il mio pianto. Così piange: piangean l'altre donzelle Pàtroclo in vista, e il proprio danno in core. Stretti intanto ad Achille i senïori lo confortano al cibo, ed egli il niega gemebondo: Se restami un amico che mi compiaccia, non m'esorti, il prego, a toccar cibo in tanto duol: vo' starmi fino a sera, e potrollo, in questo stato. Tutti, ciò detto, accomiatò, ma seco restâr gli Atridi e Nestore ed Ulisse e il re cretese e il buon Fenice, intenti a stornarne il dolor: ma il cor sta chiuso ad ogni dolce finché l'apra il grido
della battaglia sanguinosa. Or tutto col pensier nell'amico alto sospira e prorompe così: Caro infelice! Tu pur ne' giorni di feral conflitto degli Achivi co' Troi m'apparecchiavi con presta cura nelle tende il cibo. Or tu giaci, e digiuno io qui mi struggo del desìo di te sol; né più cordoglio mi graverìa se morto il padre udissi (misero! ei forse or per me piange in Ftia, per me fatto campione in stranio lido dell'abborrita Argiva), o morto il mio di divina beltà figlio diletto, che a me si edùca, se pur vive, in Sciro. Ahi! mi sperava di morir qui solo; sperava che tu salvo a Ftia tornando su presta nave, un dì da Sciro avresti teco addutto il mio Pirro, e mostri a lui i miei campi, i miei servi e l'alta reggia; perocché temo che Pelèo pur troppo o più non viva, o di dolor sol viva, aspettando ogni dì veglio cadente l'amaro annunzio della morte mia. Così geme: gemean gli astanti eroi ricordando ciascun gli abbandonati suoi cari pegni. Di quel pianto Giove impietosito, a Pallade si volse immantinente, e sì le disse: O figlia, perché lasci l'uom prode in abbandono? Pensier d'Achille non hai più? Nol vedi là seduto alle navi e lagrimoso pel caro amico? Andâr già tutti al desco; ei sol ricusa ogni ristor. Va dunque, e dolce ambrosia e nèttare nel petto, onde non caggia di languor, gl'instilla. Sprone aggiunse quel cenno alla già pronta Minerva che d'un salto, con la foga
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