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Omero - traduzione di Vincenzo Monti
Tutti per l'alta notte i duci achei dormìan sul lido in sopor molle avvinti; ma non l'Atride Agamennón, cui molti toglieano il dolce sonno aspri pensieri. Quale il marito di Giunon lampeggia quando prepara una gran piova o grandine, o folta neve ad inalbare i campi, o fracasso di guerra voratrice; spessi così dal sen d'Agamennóne rompevano i sospiri, e il cor tremava. Volge lo sguardo alle troiane tende, e stupisce mirando i molti fuochi ch'ardon dinanzi ad Ilio, e non ascolta che di tibie la voce e di sampogne e festivo fragor. Ma quando il campo acheo contempla ed il tacente lido, svellesi il crine, al ciel si lagna, ed alto geme il cor generoso. Alfin gli parve questo il miglior consiglio, ir del Nelìde Nestore in traccia a consultarne il senno, onde qualcuna divisar con esso via di salute alla fortuna achea. Alzasi in questa mente, intorno al petto la tunica s'avvolge, ed imprigiona ne' bei calzari il piede. Indi una fulva pelle s'indossa di leon, che larga gli discende al calcagno, e l'asta impugna. Né di minor sgomento a Menelao palpita il petto; e fura agli occhi il sonno l'egro pensier de' periglianti Achivi, che a sua cagione avean per tanto mare portato ad Ilio temeraria guerra. Sul largo dosso gittasi veloce una di pardo maculata pelle, ponsi l'elmo alla fronte, e via brandito il giavellotto, a risvegliar s'affretta l'onorato, qual nume, e dagli Argivi tutti obbedito imperador germano; ed alla poppa della nave il trova che le bell'armi in fretta si vestìa. Grato ei n'ebbe l'arrivo: e Menelao a lui primiero, Perché t'armi, disse, venerando fratello? Alcun vuoi forse mandar de' nostri esplorator notturno al campo de' Troiani? Assai tem'io che alcuno imprenda d'arrischiarsi solo per lo buio a spïar l'oste nemica, ché molta vuolsi audacia a tanta impresa. Rispose Agamennón: Fratello, è d'uopo di prudenza ad entrambi e di consiglio che gli Argivi ne scampi e queste navi, or che di Giove si voltò la mente,
e d'Ettore ha preferti i sacrifici: ch'io né vidi giammai né d'altri intesi, che un solo in un sol dì tanti potesse forti fatti operar quanti il valore di questo Ettorre a nostro danno; e a lui non fu madre una Dea, né padre un Dio: e temo io ben che lungamente afflitti di tanto strazio piangeran gli Achivi. Or tu vanne, e d'Aiace e Idomenèo ratto vola alle navi, e li risveglia, ché a Nestore io ne vado ad esortarlo di tosto alzarsi e di seguirmi al sacro stuol delle guardie, e comandarle. A lui presteran più che ad altri obbedïenza: perocché delle guardie è capitano Trasimède suo figlio, e Merïone d'Idomenèo l'amico, a' quai commesso è delle scolte il principal pensiero. E che poi mi prescrive il tuo comando? (replicò Menelao). Degg'io con essi restarmi ad aspettar la tua venuta? O, fatta l'imbasciata, a te veloce tornar? - Rimanti, Agamennón ripiglia, tu rimanti colà, ché disvïarci nell'andar ne potrìan le molte strade onde il campo è interrotto. Ovunque intanto t'avvegna di passar leva la voce, raccomanda le veglie, ognun col nome chiama del padre e della stirpe, a tutti largo ti mostra d'onoranze, e poni l'alterezza in obblìo. Prendiam con gli altri parte noi stessi alla comun fatica, perché Giove noi pur fin dalla cuna, benché regi, gravò d'alte sventure. Così dicendo, in via mise il fratello di tutto l'uopo ammaestrato; ed esso a Nestore avvïossi. Ritrovollo davanti alla sua nave entro la tenda corco in morbido letto. A sé vicine armi diverse avea, lo scudo e due lung'aste e il lucid'elmo; e non lontana giacea di vario lavorìo la cinta, di che il buon veglio si fasciava il fianco quando a battaglie sanguinose armato le sue schiere movea; ché non ancora alla triste vecchiezza egli perdona. All'apparir d'Atride erto ei rizzossi sul cubito, e levata alto la fronte, l'interrogò dicendo: E chi sei tu che pel campo ne vieni a queste navi così soletto per la notte oscura, mentre gli altri mortali han tregua e sonno?
Forse alcun de' veglianti o de' compagni vai rintracciando? Parla, e taciturno non appressarti: che ricerchi? - E a lui il regnatore Atride: Oh degli Achei inclita luce, Nestore Nelìde, Agamennón son io, cui Giove opprime d'infinito travaglio, e fia che duri finché avrà spirto il petto e moto il piede. Vagabondo ne vo poiché dal ciglio fuggemi il sonno, e il rio pensier mi grava di questa guerra e della clade achea. De' Danai il rischio mi spaventa: inferma stupidisce la mente, il cor mi fugge da' suoi ripari, e tremebondo è il piede. Tu se cosa ne mediti che giovi (quando il sonno s'invola anco a' tuoi lumi), sorgi, e alle guardie discendiam. Veggiamo se da veglia stancate e da fatica siensi date al dormir, posta in obblìo la vigilanza. Del nemico il campo non è lontano, né sappiam s'ei voglia pur di notte tentar qualche conflitto. Disse; e il gerenio cavalier rispose: Agamennóne glorïoso Atride, non tutti adempirà Giove pietoso i disegni d'Ettore e le speranze. Ben più vero cred'io che molti affanni sudar d'ambascia gli faran la fronte se desterassi Achille, e la tenace ira funesta scuoterà dal petto. Or io volonteroso ecco ti seguo: andianne, risvegliam dal sonno i duci Dïomede ed Ulisse, ed il veloce Aiace d'Oilèo, e di Filèo il forte figlio; e si spedisca intanto alcun di tutta fretta a richiamarne pur l'altro Aiace e Idomenèo che lungi agli estremi del campo hanno le navi. Ma quanto a Menelao, benché ne sia d'onor degno ed amico, io non terrommi di rampognarlo (ancor che debba il franco mio parlare adirarti), e vergognarlo farò del suo poltrir, tutte lasciando a te le cure, or ch'è mestier di ressa con tutti i duci e d'ogni umìl preghiera, come crudel necessità dimanda. Ben altra volta (Agamennón rispose) ti pregai d'ammonirlo, o saggio antico, ché spesso ei posa, e di fatica è schivo; per pigrezza non già, né per difetto d'accorta mente, ma perché miei cenni meglio aspettar che antivenirli ei crede.
Pur questa volta mi precorse, e innanzi mi comparve improvviso, ed io l'ho spinto a chiamarne i guerrieri che tu cerchi. Andiam, ché tutti fra le guardie, avanti alle porte del vallo congregati li troverem; ché tale è il mio comando. E Nèstore a rincontro: Or degli Achei niun ritroso a lui fia né disdegnoso, o comandi od esorti. - In questo dire la tunica s'avvolse intorno al petto; al terso piede i bei calzari annoda; quindi un'ampia s'affibbia e porporina clamide doppia, in cui fiorìa la felpa. Poi recossi alla man l'acuta e salda lancia, e verso le navi incamminossi de' loricati Achivi. E primamente svegliò dal sonno il sapïente Ulisse elevando la voce: e a lui quel grido ferì l'orecchio appena, che veloce della tenda n'uscì con questi accenti: Chi siete che soletti errando andate presso le navi per la dolce notte? Qual vi spinge bisogno? - O di Laerte magnanimo figliuol, prudente Ulisse, (gli rispose di Pilo il cavaliero) non isdegnarti, e del dolor ti caglia de' travagliati Achei: vieni, che un altro svegliarne è d'uopo, e consultar con esso o la fuga o la pugna. - A questo detto rïentrò l'Itacense nella tenda, sul tergo si gittò lo scudo, e venne. Proseguiro il cammin quindi alla volta di Dïomede, e lo trovâr di tutte l'armi vestito, e fuor del padiglione. Gli dormìano dintorno i suoi guerrieri profondamente, e degli scudi al capo s'avean fatto origlier. Fitto nel suolo stassi il calce dell'aste, e il ferro in cima mette splendor da lungi, a simiglianza del baleno di Giove. Esso l'eroe di bue selvaggio sulla dura pelle dormìa disteso, ma purpureo e ricco sotto il capo regale era un tappeto. Giuntogli sopra, il cavalier toccollo colla punta del piè, lo spinse, e forte garrendo lo destò. Sorgi, Tidìde; perché ne sfiori tutta notte il sonno? Non odi che i Troiani in campo stanno sovra il colle propinquo, e che disgiunti di poco spazio dalle navi ei sono? Disse; e quei si destò balzando in piedi veloce come lampo, e a lui rivolto
con questi accenti rispondea: Sei troppo delle fatiche tollerante, o veglio, né ozïoso giammai. A risvegliarne di quest'ora i re duci inopia forse v'ha di giovani achei pronti alla ronda? Ma tu sei veglio infaticato e strano. E Nestore di nuovo: Illustre amico, tu verace parlasti e generoso. Padre io mi son d'egregi figli, e duce di molti prodi che potrìan le veci pur d'araldo adempir. Ma grande or preme necessità gli Achivi, e morte e vita stanno sul taglio della spada. Or vanne tu che giovine sei, vanne, e il veloce chiamami Aiace e di Filèo la prole, se pietà senti del mio tardo piede. Così parla il vegliardo. E Dïomede sull'omero si getta una rossiccia capace pelle di lïon, cadente fino al tallone ed una picca impugna. Andò l'eroe, volò, dal sonno entrambi li destò, li condusse; e tutti in gruppo s'avvïar delle guardie alle caterve: né delle guardie abbandonato al sonno duce alcuno trovâr, ma vigilanti tutti ed armati e in compagnia seduti. Come i fidi molossi al pecorile fan travagliosa sentinella udendo calar dal monte una feroce belva e stormir le boscaglie: un gran tumulto s'alza sovr'essa di latrati e gridi, e si rompe ogni sonno: così questi rotto il dolce sopor su le palpebre, notte vegliano amara, ognor del piano alla parte conversi, ove s'udisse nemico calpestìo. Gioinne il veglio, e confortolli e disse: Vigilate così sempre, o miei figli, e non si lasci niun dal sonno allacciar, onde il Troiano di noi non rida. Così detto, il varco passò del fosso, e lo seguièno i regi a consiglio chiamati. A lor s'aggiunse compagno Merïone, e di Nestorre l'inclito figlio, convocati anch'essi alla consulta. Valicato il fosso, fermârsi in loco dalla strage intatto, in quel loco medesmo ove sorgiunto Ettore dalla notte alla crudele uccisïone degli Achei fin pose. Quivi seduti cominciâr la somma a parlar delle cose; e in questi detti Nestore aperse il parlamento: Amici,
havvi alcuna tra voi anima ardita e in sé sicura, che furtiva ir voglia de' fier Troiani al campo, onde qualcuno de' nemici vaganti alle trinciere far prigioniero? o tanto andar vicino, che alcun discorso de' Troiani ascolti, e ne scopra il pensier? se sia lor mente qui rimanersi ad assediar le navi, o alla città tornarsi, or che domata han l'achiva possanza? Ei forse tutte potrìa raccor tai cose, e ritornarne salvo ed illeso. D'alta fama al mondo farebbe acquisto, e n'otterrìa bel dono. Quanti son delle navi i capitani gli daranno una negra pecorella coll'agnello alla poppa; e guiderdone alcun altro non v'ha che questo adegui. Poi ne' conviti e ne' banchetti ei fia sempre onorato, desïato e caro. Disse; e tutti restâr pensosi e muti. Ruppe l'alto silenzio il bellicoso Dïomede e parlò: Saggio Nelìde, quell'audace son io: me la fidanza, me l'ardir persuade al gran periglio d'insinuarmi nel dardanio campo. Ma se meco verranne altro guerriero, securtà crescerammi ed ardimento. Se due ne vanno di conserva, l'uno fa l'altro accorto del miglior partito. Ma d'un solo, sebben veggente e prode, tardo è il coraggio e debole il consiglio. Disse: e molti volean di Dïomede ir compagni: il volean ambo gli Aiaci, il volea Merïon: più ch'altri il figlio di Nestore il volea: chiedealo anch'esso l'Atride Menelao: chiedea del pari penetrar ne' troiani accampamenti il forte Ulisse: perocché nel petto sempre il cor gli volgea le ardite imprese. Mosse allor le parole il grande Atride. Diletto Dïomede, a tuo talento un compagno ti scegli a sì grand'uopo, qual ti sembra il miglior. Molti ne vedi presti a seguirti; né verun rispetto la tua scelta governi, onde non sia che lasciato il miglior, pigli il peggiore; né ti freni pudor, né riverenza di lignaggio, né s'altri è re più grande. Così parlava, del fratello amato paventando il periglio: e fea risposta Dïomede così: Se d'un compagno mi comandate a senno mio l'eletta,
come scordarmi del divino Ulisse, di cui provato è il cor, l'alma costante nelle fatiche, e che di Palla è amore? S'ei meco ne verrà, di mezzo ancora alle fiamme uscirem; cotanto è saggio. Non mi lodar né mi biasmar, Tidìde, soverchiamente (gli rispose Ulisse), ché tu parli nel mezzo ai consci Argivi. Partiam: la notte se ne va veloce, delle stelle il languir l'alba n'avvisa, né dell'ombre riman che il terzo appena. D'armi orrende, ciò detto, si vestiro. A Dïomede, che il suo brando avea obblïato alle navi, altro ne diede di doppio taglio, ed il suo proprio scudo il forte Trasimede. Indi alla fronte una celata gli adattò di cuoio taurin compatta, senza cono e cresta, che barbuta si noma, e copre il capo de' giovinetti. Merïone a gara d'una spada, d'un arco e d'un turcasso ad Ulisse fe' dono, e su la testa un morïon gli pose aspro di pelle, da molte lasse nell'interno tutto saldamente frenato, e nel di fuore di bianchissimi denti rivestito di zannuto cinghial, tutti in ghirlanda con vago lavorìo disposti e folti. Grosso feltro il cucuzzolo guarnìa. L'avea furato in Eleona un giorno Autolico ad Amìntore d'Ormeno, della casa rompendo i saldi muri; quindi il ladro in Scandea diello al Citèrio Amfidamante; Amfidamante a Molo ospital donamento, e questi poscia al figlio Merïon, che su la fronte alfin lo pose dell'astuto Ulisse. Racchiusi nelle orrende arme gli eroi partîr, lasciando in quel recesso i duci. E da man destra intanto su la via spedì loro Minerva un aïrone. Né già questi il vedean, ché agli occhi il vieta la cieca notte, ma n'udìan lo strido. Di quell'augurio l'Itacense allegro a Minerva drizzò questa preghiera: Odimi, o figlia dell'Egìoco Giove, che l'opre mie del tuo nume proteggi, né t'è veruno de' miei passi occulto. Or tu benigna più che prima, o Dea, dell'amor tuo m'affida, e ne concedi glorïoso ritorno e un forte fatto, tale che renda dolorosi i Teucri.
Pregò secondo Dïomede, e disse: Di Giove invitta armipotente figlia, odi adesso me pur: fausta mi segui siccome allor che seguitasti a Tebe il mio divino genitor Tidèo, de' loricati Achivi ambasciadore attendati d'Asopo alla riviera. Di placido messaggio egli a' Tebani fu portator; ma fieri fatti ei fece nel suo ritorno col favor tuo solo, ché nume amico gli venivi al fianco. E tu propizia a me pur vieni, o Dea, e salvami. Sull'ara una giovenca ti ferirò d'un anno, ampia la fronte, ancor non doma, ancor del giogo intatta. Questa darotti, e avrà dorato il corno. Così pregaro, e gli esaudìa la Diva. Implorata di Giove la possente figlia Minerva, proseguîr la via quai due lïoni, per la notte oscura, per la strage, per l'armi e pe' cadaveri sparsi in morta di sangue atra laguna. Né d'altra parte ai forti Teucri Ettorre permette il sonno; ma de' prenci e duci chiama tutti i migliori a parlamento; e raccolti, lor apre il suo consiglio. Chi di voi mi promette un'alta impresa per grande premio che il farà contento? Darogli un cocchio, e di cervice altera due corsieri, i miglior dell'oste achea (taccio la fama che n'avrà nel mondo). Questo dono otterrà chiunque ardisca appressarsi alle navi, e cauto esplori se sian, qual pria, guardate, o pur se domo da nostre forze l'inimico or segga a consulta di fuga, e le notturne veglie trascuri affaticato e stanco. Disse, e il silenzio li fe' tutti muti. Era un certo Dolone infra' Troiani, uom che di bronzo e d'oro era possente, figlio d'Eumede banditor famoso, deforme il volto, ma veloce il piede, e fra cinque sirocchie unico e solo. Si trasse innanzi il tristo, e così disse: Ettore, questo cor l'incarco assume d'avvicinarsi a quelle navi, e tutto scoprir. Lo scettro mi solleva e giura che l'èneo cocchio e i corridori istessi del gran Pelìde mi darai: né vano esploratore io ti sarò: né vôta fia la tua speme. Nell'acheo steccato penetrerò, mi spingerò fin dentro
l'agamennònia nave, ove a consulta forse i duci si stan di pugna o fuga. Sì disse, e l'altro sollevò lo scettro, e giurò: Testimon Giove mi sia, Giove il tonante di Giunon marito, che da que' bei corsieri altri tirato non verrà de' Troiani, e che tu solo glorïoso n'andrai. - Fu questo il giuro, ma sperso all'aura; e da quel giuro intanto incitato Dolone in su le spalle tosto l'arco gittossi, e la persona della pelle vestì di bigio lupo: poi chiuse il brutto capo entro un elmetto che d'ispida faìna era munito. Impugnò un dardo acuto, ed alle navi, per non più ritornarne apportatore di novelle ad Ettorre, incamminossi. Lasciata de' cavalli e de' pedoni la compagnia, Dolon spedito e snello battea la strada. Se n'accorse Ulisse alla pesta de' piedi, e a Dïomede sommesso favellò: Sento qualcuno venir dal campo, né so dir se spia di nostre navi, o spogliator di morti. Lasciam che via trapassi, e gli saremo ratti alle spalle, e il piglierem. Se avvegna ch'ei di corso ne vinca, tu coll'asta indefesso l'incalza, e verso il lido serralo sì, che alla città non fugga. Uscîr di via, ciò detto, e s'appiattaro tra' morti corpi; ed egli incauto e celere oltrepassò. Ma lontanato appena, quanto è un solco di mule (che de' buoi traggono meglio il ben connesso aratro nel profondo maggese), gli fur sopra: ed egli, udito il calpestìo, ristette, qualcun sperando che de' suoi venisse per comando d'Ettorre a richiamarlo. Ma giunti d'asta al tiro e ancor più presso, li conobbe nemici. Allor dier lesti l'uno alla fuga il piè, gli altri alla caccia. Quai due d'aguzzo dente esperti bracchi o lepre o caprïol pel bosco incalzano senza dar posa, ed ei precorre e bela; tali Ulisse e il Tidìde all'infelice si stringono inseguendo, e precidendo sempre ogni scampo. E già nel suo fuggire verso le navi sul momento egli era di mischiarsi alle guardie, allor che lena crebbe Minerva e forza a Dïomede, onde niun degli Achei vanto si desse di ferirlo primiero, egli secondo.
Alza l'asta l'eroe, Ferma, gridando, o ch'io di lancia ti raggiungo e uccido. Vibra il telo in ciò dir, ma vibra in fallo a bello studio: gli strisciò la punta l'omero destro e conficcossi in terra. Ristette il fuggitivo, e di paura smorto tremando, della bocca uscìa stridor di denti che batteano insieme. L'aggiungono anelanti i due guerrieri, l'afferrano alle mani, ed ei piangendo grida: Salvate questa vita, ed io riscatterolla. Ho gran ricchezza in casa d'oro, di rame e lavorato ferro. Di questi il padre mio, se nelle navi vivo mi sappia degli Achei, faravvi per la mia libertà dono infinito. Via, fa cor, rispondea lo scaltro Ulisse, né veruno di morte abbi sospetto, ma dinne, e sii verace: Ed a qual fine dal campo te ne vai verso le navi tutto solingo pel notturno buio mentre ogni altro mortal nel sonno ha posa? A spogliar forse estinti corpi? o forse Ettor ti manda ad ispïar de' Greci i navili, i pensieri, i portamenti? O tuo genio ti mena e tuo diletto? E a lui tremante di terror Dolone: Misero! mi travolse Ettore il senno, e in gran disastro mi cacciò, giurando che in don m'avrebbe del famoso Achille dato il cocchio e i destrieri a questo patto, ch'io di notte traessi all'inimico ad esplorar se, come pria, guardate sien le navi, o se voi dal nostro ferro domi teniate del fuggir consiglio, schivi di veglie, e di fatica oppressi. Sorrise Ulisse, e replicò: Gran dono certo ambiva il tuo cor, del grande Achille i destrier. Ma domarli e cavalcarli uom mortale non può, tranne il Pelìde cui fu madre una Dea. Ma questo ancora contami, e non mentire: Ove lasciasti, qua venendoti, Ettorre? ove si stanno i suoi guerrieri arnesi? ove i cavalli? quai son de' Teucri le vigilie e i sonni? quai le consulte? Bloccheran le navi? O in Ilio torneran, vinto il nemico? Gli rispose Dolon: Nulla del vero ti tacerò. Co' suoi più saggi Ettorre in parte da rumor scevra e sicura siede a consiglio al monumento d'Ilo. Ma le guardie, o signor, di che mi chiedi,
nulla del campo alla custodia è fissa. Ché quanti in Ilio han focolar, costretti son cotesti alla veglia, e a far la scolta s'esortano a vicenda: ma nel sonno tutti giacccion sommersi i collegati, che da diverse regïon raccolti, né figli avendo né consorte al fianco, lasciano ai Teucri delle guardie il peso. Ma dormon essi co' Troian confusi (ripiglia Ulisse), o segregati? Parla, ch'io vo' saperlo. - E a lui d'Eumede il figlio: Ciò pure ti sporrò schietto e sincero. Quei della Caria, ed i Peonii arcieri, i Lelegi, i Caucóni ed i Pelasghi tutto il piano occupâr che al mare inchina; ma il pian di Timbra i Licii e i Misii alteri e i frigii cavalieri, e con gli equestri lor drappelli i Meonii. Ma dimande tante perché? Se penetrar vi giova nel nostro campo, ecco il quartier de' Traci alleati novelli, che divisi stansi ed estremi. Han duce Reso, il figlio d'Eïonèo, e a lui vid'io destrieri di gran corpo ammirandi e di bellezza, una neve in candor, nel corso un vento. Monta un cocchio costui tutto commesso d'oro e d'argento, e smisurata e d'oro (maraviglia a vedersi!) è l'armatura, di mortale non già ma di celeste petto sol degna. Che più dir? Traetemi prigioniero alle navi, o in saldi nodi qui lasciatemi avvinto infin che pure vi ritorniate, e siavi chiaro a prova se fu verace il labbro o menzognero. Lo guatò bieco Dïomede, e disse: Da che ti spinse in poter nostro il fato, Dolon, di scampo non aver lusinga, benché tu n'abbia rivelato il vero. Se per riscatto o per pietà disciolto ti mandiam, tu per certo ancor di nuovo alle navi verresti esploratore, o inimico palese in campo aperto. Ma se qui perdi per mia man la vita, più d'Argo ai figli non sarai nocente. Disse; e il meschino già la man stendea supplice al mento; ma calò di forza quegli il brando sul collo, e ne recise ambe le corde. La parlante testa rotolò nella polve. Allor dal capo gli tolsero l'elmetto, e l'arco e l'asta e la lupina pelle. In man solleva le tolte spoglie Ulisse, e a te, Minerva
predatrice, sacrandole, sì prega: Godi di queste, o Dea, ché te primiera de' Celesti in Olimpo invocheremo; ma di nuovo propizia ai padiglioni
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